domenica 20 luglio 2025

RACCONTO: "LE PERE DEL VICINO SONO SEMPRE LE PIU' BUONE"

 RACCONTO

"LE PERE DEL VICINO SONO SEMPRE LE PIU' BUONE"


Eravamo una banda di quattro ragazzini che giornalmente si ritrovava dopo la scuola per giocare ed intraprendere qualche avventura, e se ci capitava a tiro qualcosa di commestibile come pesci, gamberi, nespole, frutti di bosco, funghi o altro, facevamo in modo di portarceli a casa e spartirceli. 
Abitavamo tutti e quattro molto vicini e tutto intorno c'era una prateria quasi a perdita d'occhio, dei boschetti e dei campi di mais, in fondo, delimitavano l'area.
In mezzo alla prateria c'era un unico albero, che distava una cinquantina di metri da una serie di vecchie abitazioni addossate una all'altra. 

In casa avevo un potente binocolo, arrivato con mio padre dalla Svizzera, e guardai quella solitaria pianta. 
Si trattava di un pero pieno zeppo di pere giallo/marroncine, le più succose.
Dissi la cosa agli altri tre e preparammo un piano per dare l'assalto.
Decidemmo di agire all'imbrunire, per essere meno visibili.
L'erba era alta e percorremmo la distanza pancia a terra come degli Apache, una volta sotto l'albero ci accertammo della bontà dei frutti.
Uno degli altri mi fece scaletta ed io afferrai e staccai una pera, poi la assaggiammo: era matura e succosa proprio come speravamo.
Salii sulla pianta ed iniziai a buttar giù pere, mentre gli altri tre sotto riempivano delle borse di plastica.
Avevamo quasi fatto il pieno quando in una delle vecchie case una luce esterna si accese e la porta d'ingresso si aprì.
Demmo subito l'allarme.
Mi lanciai giù dal pero appena in tempo, e quando toccai terra sentimmo un colpo: BUM! 
Poi le foglie dell'albero emisero un crepitio.
Guardammo la porta della casa e c'era un uomo con un lungo bastone tra le mani: era un fucile da caccia a pallini e ci aveva  appena                     sparato addosso, se non fossi sceso subito mi avrebbe colpito.
Per tornare a casa facemmo un giro più largo, ormai era buio.
Ci spartimmo le pere da buoni amici, contenti del bottino e della piccola avventura.
Il giorno dopo, con circospezione, chiesi a mia madre di chi potesse essere quell'unica pianta in mezzo al prato.
Era di un pensionato tignoso che litigava sempre coi vicini per questioni di confine.
Lo riferii agli altri tre, e decidemmo comunque che l'anno dopo avremmo assaltato nuovamente il pero, ma in orario più tardo.

Dimenticavo...anche le sue pannocchie erano buone.


Marino D'Isèp © copyright  Luglio 2025



giovedì 17 luglio 2025

RACCONTO: "MARCOLINO E IL DENTISTA SADICO" una storia vera

RACCONTO

Marcolino e il dentista sadico” una storia vera


Marcolino, nove anni, aveva mal di denti: un molare sotto a sinistra gli faceva male da giorni. La madre contadina gli metteva della grappa sul dente bucato, per lenirgli il dolore. La sorella maggiore del bambino, Mara, avendo l’auto, una cinquecento del ‘69, disse alla madre che per curare Marcolino sarebbero dovuti andare da un dentista, perché così non si poteva andare avanti. La madre acconsentì, e così Mara andò dall’unico dentista della zona a prendere appuntamento. Due giorni dopo Marcolino salì in auto con la sorella, il bambino teneva la mano sinistra contro la guancia, per cercare di sentire meno dolore. Arrivarono in pochi minuti nel piazzale davanti all’ambulatorio, parcheggiarono e Mara fece scendere il fratello dall’auto. A quel punto Marcolino iniziò ad avere paura e puntò i piedi in terra, così la sorella fu costretta a trascinarlo fin dentro la sala d’aspetto. La sala era vuota, ma all’interno del gabinetto medico si sentiva un forte ronzio. Marcolino chiese alla sorelle cosa fosse, e alla risposta “il trapano” il bambino tentò di fuggire afferrando la maniglia dell’uscita. Mara lo bloccò e lo mise a sedere su di una sedia, spiegandogli che se non voleva più soffrire doveva sottoporsi alle cure del dentista. Il bambino ci pensò per alcuni attimi, e accettò. Nel giro di venti minuti un uomo uscì dall’ambulatorio salutando il dentista, che indossava un camice bianco. Con sua grande sorpresa Marcolino riconobbe il veterinario che più volte era stato a casa sua per vaccinare le numerose galline ovaiole: Il “Dottor Sgualenci”. Il medico fece accomodare il bambino sulla sedia da dentista, mentre la sorella rimase in piedi a guardare. Apri la bocca” disse l’uomo in camice bianco. Marcolino spalancò. Il dentista osservò bene tramite un piccolo faretto che aveva fissato sulla fronte, poi disse :”Hai una brutta carie, ma la sistemeremo”. L’uomo prese il trapano e lo azionò. Il bambino serrò la bocca con tutte le sue forze. Sia il medico sia la sorella esortarono Marcolino ad aprire la bocca senza successo, allora il dentista legò a forza i polsi del bambino ai braccioli della sedia con delle cinghie, poi gli strinse il naso con una molletta per costringerlo a respirare con la bocca, e quando questo accadde il medico gli infilò un apribocca di quelli utilizzati per togliere le tonsille, mise poi un ginocchio addosso a Marcolino per tenerlo fermo, facendogli male, mentre con la mano sinistra gli spingeva forte la testa contro la parte alta della poltrona, quindi agì. Trapanò il molare cariato senza alcun tipo di anestesia. Il bambino era immobilizzato e terrorizzato, e quando la punta del trapano affondò nel nervo del molare Marcolino sentì un intenso e insopportabile dolore proprio dentro al suo cervello. Il dentista finì il suo lavoro, completando l’opera con dell’amalgama di piombo. Mara e Marcolino uscirono dall’ambulatorio. Il bambino guardò con odio la sorella, colpevole di averlo portato dal boja, si rifiutò di salire in auto e si incamminò verso casa da solo, tenendosi la mano sinistra sulla guancia. Era buio ed era inverno ma Marcolino dopo quello che aveva appena subito non sentì né la paura della notte né il freddo pungente.

 Qualche anno dopo venne a sapere che quel dentista era abusivo, e non aveva mai conseguito l’abilitazione per svolgere la professione di odontoiatra. Quella brutta esperienza segnò nel profondo il bambino, che pur avendone bisogno, per i successivi trent’anni non si recò più da un dentista.


Marino D’Isèp © copyright LUGLIO 2025








                            



giovedì 3 luglio 2025

RACCONTO DAL TITOLO: "IN UNO SCONFINATO STADIO"

      RACCONTO

                   "IN UNO SCONFINATO STADIO"


In uno sconfinato stadio, non si sa bene da chi creato, che affonda le sue radici nella notte dei tempi e gremito di persone di ogni tipo, si svolgono continuamente delle corse senza soluzione di continuità.
Le piste sono centinaia di migliaia ed il pubblico silente le osserva ora da vicino, ora con dei potenti dispositivi ottici.
Ogni secondo che passa si vedono umani che, col viso nascosto da una mascherina, danno il via ai concorrenti, che non percepiscono e non si rendono conto di essere guardati.
Ognuno si ritrova sulla propria pista, della quale non vede il traguardo.
In pochi secondi avviene il "Pronti/Via", ed inizia così il loro personale tragitto.
Il pubblico segue in religioso silenzio, ben sapendo la difficoltà dei percorsi,
in quanto li ha già esplorati a suo tempo.
La corsa di ogni partecipante si delinea attimo dopo attimo, ed appaiono ostacoli di ogni tipo.
Il pubblico sta con il fiato sospeso: chi li raggiungerà presto sugli spalti?
Qualcuno non riesce nemmeno a partire, qualche altro non fa che pochi passi e si ferma, altri incespicano e si rialzano più volte.
Alcuni escono di pista e vanno addosso agli altri.
Sono percorsi complessi, e compressi in pochi istanti che sono lunghi una vita.
Chi si ferma raggiunge gli spalti dello stadio, ingrossando le fila degli spettatori.
Chi supera gli ostacoli, oppure ne trova di agevoli, continua il suo tracciato che si allunga istante dopo istante, fino al traguardo.
Intanto all'interno dello stadio, in assoluto silenzio, i nuovi e numerosi concorrenti
continuano a prendere il via.

Marino D'Isèp © copyright  Giugno 2025