lunedì 20 maggio 2024

POESIA DAL TITOLO: "5 MESI" Requiem aeternam. Dedicata al neonato di 5 soli mesi sbranato da un Pitbull.

 

POESIA 

  "5 MESI"

Requiem aeternam



5 mesi

in braccio alla mamma

che gli cantava

la ninna nanna


5 mesi 

in braccio al papà

sollevato in aria

e poi oplà


5 mesi

faceva un sorriso

portava tutti

in Paradiso


5 mesi

succhiava il ciuccio

se c’era un pensiero

passava tutto


5 mesi

in braccio alla nonna

nulla sapeva 

povera donna


5 mesi

dalle fauci sbranato

vestito di sangue

POVERO NEONATO.


Marino D’Isèp © copyright Maggio 2024


martedì 14 maggio 2024

POESIA DAL TITOLO: "EMANUELA"

 

POESIA


EMANUELA”



Emanuela

non più grande di una mela

occhi profondi e scuri

ti aspetta in un vano e quattro muri


Affabile e sorridente

parla e accoglie in maniera suadente

il trasporto per fare l’amore

non glielo ha insegnato un dottore


Lei è mossa dalla passione

ti regala un paio d’ore

non chiederà mai il perché

se non lo racconti te


Occhi scuri e neri capelli

lei si adagia sulle pelli

poi il resto va da solo

si produce in un assolo


Tra parole sospiri e grida

sembra una locomotiva

finito si toglie dall’abbraccio

sorride e dice “ragazzaccio”


La guardi negli occhi neri

eri stato lì anche ieri

non vuole nulla per far l’amore

al prossimo incontro le porterai il mare


Marino D’Isèp © copyright Maggio 2024


venerdì 10 maggio 2024

RACCONTO DAL TITOLO: "FRANCESCO" Una storia vera con foto d'epoca. Un giovane mandato in guerra e poi internato in un campo di concentramento in Germania.

 

  

               RACCONTO                                               



                                                  “FRANCESCO”



Sono nato il 29 ottobre del 1920 a Villa di Limana, in una località chiamata: “Col Di Lana”.


Ero il primogenito di un muratore e nipote di un falegname, da loro imparai il mio mestiere.

Mia madre era una contadina con problemi di salute, esaurimento nervoso dicevano, ed ogni tanto veniva ricoverata all’ospedale di Feltre dove le facevano l’Elettroshock, poi a casa arrivava il conto da pagare.

Mio fratello nacque quindici mesi dopo di me, ed anche lui imparò il mio stesso mestiere.



Da bambino insieme a mio fratello mi occupavo della mungitura delle vacche nella stalla, e ricordo bene quando a dicembre di ogni anno uccidevamo il maiale e assieme a tutto il borgo, formato dai fratelli di mio padre, dalle loro mogli e figli, disossavamo i maiali e facevamo i salami tutti assieme, per avere poi ognuno la propria parte in base al peso della bestia.



All’età di tredici anni mio padre decise di prendermi con lui al lavoro.
Facevo il manovale ed intanto imparavo a fare il muratore, mio padre era severo ma insegnava bene e non era geloso, perché sapeva che il lavoro nessuno glielo avrebbe portato via.
Nei vari cantieri di costruzione dove lavorai mio padre fu sempre “Capomastro”, ossia comandava gli altri muratori e sovrintendeva l’avanzamento dei lavori.
Era molto alto e forte, ed aveva due occhi azzurri ed uno sguardo che non ammetteva repliche, se diceva che una cosa andava fatta in un certo modo allora quello era il solo modo in cui andava fatta.



Un giorno lo sfidarono: “Bepi! Scommettiamo che non riesci ad alzare due sacchi di cemento da 50 chili uno per braccio?”
Mio padre guardò lo sfidante e gli disse: ”Chiama i tuoi due figli!”
Arrivarono due ragazzini di otto o nove anni e mio padre li fece mettere a terra a pancia sotto vicino a lui, poi andò a prendere e sollevare due sacchi di cemento, uno per braccio sotto le ascelle, come diceva lo sfidante, quindi si piegò sulle gambe ed afferrò la cinta dei ragazzini uno per mano, e li alzò quasi senza sforzo.
Guardò l’uomo che lo aveva sfidato e con tutto il peso ancora nella braccia gli disse: “Hai perso! Metà della tua prossima paga la terrò io!” poi posò ragazzini e sacchi di cemento a terra.

Nessuno osò più sfidarlo.

A sedici anni mi affidarono il mio primo lavoro autonomo: piastrellare il pavimento della latteria sociale del mio paese con piastrelle esagonali di colore rosso.
Feci tutto da solo ed il lavoro mi riuscì bene, tanto da ricevere i complimenti di mio padre, che era sì severo ma riconosceva i meriti degli altri quando un lavoro era fatto bene.
Poi dal ‘37 al ‘39 andai con mio padre in Lussemburgo e Germania, dove imparai un poco la lingua tedesca.


Il 17 marzo del ‘40 venni chiamato a fare il militare nel Regio Esercito di sua maestà il Re.

Mi assegnarono al Sesto Reggimento di artiglieria da montagna di stanza a Belluno, dove divenni “Addetto al tiro”, in pratica calcolavo le coordinate per lo sparo dei cannoni da montagna e le consegnavo agli artiglieri addetti al puntamento e allo sparo.



Il 10 giugno del 1940 Mussolini tenne un discorso a Piazza Venezia a Roma ed entrammo in guerra a fianco dei tedeschi. Noi eravamo già stati mobilitati il 4 giugno, e ad ottobre fummo inviati al confine con la Jugoslavia.

Nel novembre dello stesso anno fui nominato Caporale, e giungemmo in zona di guerra il 6 aprile del ‘41.
Partecipai alle operazioni di guerra nella frontiera Jugoslava nel ‘41, e alle operazioni di guerra in Balcania nel ‘41, ‘42 e ‘43.



Fui anche ferito da una scheggia ad una mano a causa del cedimento della culatta di un cannone e mandato a Lubjana, dove c’era un ospedale militare italiano.
A me andò bene, ma uno dei serventi al pezzo perse la vista.

Il 25 luglio del 1943 Mussolini venne deposto da capo del governo ma non cambiò nulla.

L’8 settembre del 1943 successe il finimondo.

Noi stavamo facendo le solite cose di tutti i giorni quando dalla casamatta del comandante uscì il suo attendente che, tutto felice, ci urlò che la guerra era finita e che potevamo tornare tutti a casa.
Non aveva capito niente di quello che aveva sentito alla radio e fu il nostro Capitano a dirci quello che era successo.
Eravamo più di 80 uomini armati di fucili, bombe a mano e pezzi di artiglieria, ed eravamo tutti attoniti in attesa che il nostro comandante ci dicesse cosa fare.
Era un piemontese militare di carriera che aveva combattuto anche nella prima guerra mondiale ed esperienza ne aveva tanta, ma una cosa del genere non l’aveva mai sentita e non sapeva neanche lui cosa pensare.
Ad un certo punto ci riunì e disse: “Uomini! Il generale Badoglio ha annunciato l’armistizio con gli Alleati!
Ma la nostra guerra continua a fianco degli Alleati e contro i tedeschi!”.
Lo guardammo tutti esterrefatti, poi un sergente alzò la mano e chiese:
Cosa dobbiamo fare?”
A quel punto il comandante abbandonò l’aria marziale, ci guardò tutti e disse:
Io ne ho piene le scatole di fare la guerra, torno a casa”.

In quell’istante il nostro accampamento sembrava un formicaio impazzito, tutti gli uomini gettarono i fucili ed iniziarono ad organizzarsi per darsi alla macchia e potersi avviare verso la propria casa.

Anch’io feci così, ma il fucile e le bombe a mano me le tenni ben strette, i partigiani jugoslavi ci avrebbero potuto attaccare sulla via del ritorno.

Ci sparpagliammo il più possibile per non essere notati e passavamo la notte nei boschi senza accendere fuochi, e poi sotterravamo le scatolette vuote consumate durante i pasti.
Con me c’erano sette alpini artiglieri, tutti giovani, io ero il più anziano: 22 anni e 10 mesi.
Inoltre ero anche graduato e mi sentivo responsabile per gli altri.

Quello che non avevamo calcolato era che i tedeschi temendo un tradimento dopo la deposizione di Mussolini avevano già mandato le truppe della Wermacht a presidiare i confini italiani.
Riuscimmo ad evitare lo scontro con i partigiani e quando raggiungevamo un villaggio, o una casa isolata, prima guardavamo bene col binocolo che il posto fosse sicuro, poi chiedevamo viveri e acqua pagando collettivamente tutto con le residue lire che avevamo in tasca.

Arrivammo vicino al confine idrografico tra Jugoslavia ed Italia e vedemmo il fiume Isonzo proprio sotto di noi.
Ci accampammo per un’ intera giornata a guardare i dintorni di un ponte col binocolo e poi scendemmo non appena fu notte.
Andai avanti per primo col fucile carico tra le mani, gli altri mi seguivano con le mie bombe a mano. Arrivato all’imbocco del collegamento ci acquattammo tutti e rizzammo le orecchie, era ormai buio pesto ed erano le undici di sera.
Il nostro piano era di attraversare il fiume e poi dirigerci alla stazione del treno più vicina.

Eravamo ormai tutti sul ponte quando un potente fascio di luce mi colpì in pieno negli occhi, tentammo di tornare indietro ma un altro fascio di luce ci illuminò.
Era un reparto della Wermacht che si era appostato alle estremità del ponte e aspettava i militi italiani in fuga dalla Jugoslavia.
Ci urlarono di buttare le armi e di venire avanti con le mani alzate, io parlavo e capivo un poco il tedesco e traducevo per gli altri.
Così facemmo e venimmo raggruppati ad altri soldati italiani di altri reparti anche loro fermati sul ponte come noi.
Il mattino seguente fummo ammassati in una radura ed il comandante tedesco del reparto ci offrì di combattere per il Terzo Reich.
Su oltre cento uomini che eravamo solamente in dodici accettarono l’offerta, tutti gli altri, me compreso, dicemmo di no e venimmo così caricati sui vagoni di un treno merci con destinazione sconosciuta. Era il 14 settembre del 1943.

Il lungo treno merci si mosse dalla stazione, riuscii a contare dodici vagoni, tutti stipati di militari italiani. Ogni tanto il treno si fermava in piccole stazioni e caricava carbone e acqua.
A noi non diedero niente per due giorni, né acqua né cibo, eravamo giovani uomini sacrificabili.
Giungemmo a destinazione presso un campo di prigionia nella località di Polzen, seppi molto dopo che eravamo a soli 80 chilometri da Berlino.

Era il Lager Altsorgefeld, destinato agli italiani, che significava: "Vecchio campo di cura".

Scendemmo dal vagone in condizioni pietose, stanchi, affamati, sporchi e soprattutto maltrattati come animali.
I soldati tedeschi continuavano ad insultarci ed a dirci la parola: VERRÄTER, Traditori, sputando poi in terra.
Il lager era stato realizzato in una piana circondata da alberi, e tutto intorno aveva dei grossi pali di legno collegati da linee di filo spinato alto tre metri, ed ogni cinquanta metri c’erano delle torrette di guardia con all’interno un soldato armato di mitragliatrice.
E poi c’erano le baracche nelle quali venimmo alloggiati, il pavimento era di terra e le brande erano dei tavolacci di legno con della paglia.
Per l’acqua c’erano due pozzi, al mattino andavamo a lavarci ad un lavatoio con i secchi, colazione niente, poi a lavorare: si trattava soprattutto di ripristinare le linee ferroviarie bombardate, di portare via le macerie delle abitazioni distrutte e di tirare fuori i morti a mani nude.

Una di quelle volte ci portarono con due camion in un villaggio distrutto dalle bombe e, mentre scavavo con le mani tra le macerie, mi sembrò di vedere una bambola, la tirai fuori cercando di non romperla ma la bambola si rivelò essere una neonata di pochi mesi.
La sua testa ed il suo viso erano sporchi ma intatti, la sua cassa toracica invece non aveva retto al peso dei mattoni che aveva addosso.

L’unico pasto della giornata ci veniva dato a mezzogiorno e consisteva in una tazza di minestra di verdura che se si era fortunati ci potevamo trovare dentro anche un pezzetto di carne, e poi un pezzo di pane di segale.
Il cibo non era sufficiente e ben presto iniziammo tutti a calare di peso.

Nel campo non c’era quasi nulla da fare, tranne la pulizia delle baracche e toglierci i pidocchi di dosso.
Poi un giorno di ottobre arrivò al campo un ufficiale italiano che ci disse che in Italia era stato formato un nuovo governo con a capo Benito Mussolini, e se aderivamo saremmo tornati in patria ed arruolati nel nuovo esercito, dove avremmo avuto una paga, del vestiario nuovo e confortevole e tre pasti al giorno.
Eravamo tutti schierati, ci guardammo tutti in faccia l’un l’altro e qualcuno si fece avanti, la stragrande maggioranza non si mosse di un passo.

Venne l’inverno e nella nostra baracca gelarono le pareti, così andai da una guardia a chiedere se potevamo costruirci una stufa per riscaldarci.
Rispose di no, allora gli dissi che se ci ammalavamo e morivamo non avremmo più potuto essere utili al Terzo Reich. La guardia, un tedesco di quaranta anni, ci pensò su e poi annuì, però non dovevamo bruciare la baracca pena la morte.
In breve tempo con utensili e lamiere di fortuna costruimmo una valida stufa, brutta da vedere ma funzionante, ed il camino tirava a meraviglia.
La guardia rimase soddisfatta e noi bruciavamo di tutto, anche pezzi della baracca stessa senza che nessuno si accorgesse.

Il primo inverno lo sfangammo, ma a causa della scarsa igiene iniziarono i casi di tifo petecchiale e decine di giovani nostri militari ci lasciarono la vita.
In seguito a ciò il comando tedesco ordinò una disinfestazione e da nudi ci irrorarono di un liquido nebulizzato, ci diedero dei grossi bidoni vuoti per lavare i vestiti col sapone e ci fecero rasare a zero e depilare ascelle ed inguine. Con la primavera la situazione migliorò.

Notizie della guerra non era possibile averne in nessun modo, però iniziammo a notare sempre più spesso squadriglie di aerei solcare il cielo.
I più esperti di noi dissero che quelli non erano aerei tedeschi, perciò iniziammo a sperare che la guerra stesse prendendo una svolta a noi favorevole e che qualcuno prima o poi sarebbe arrivato a liberarci.

Era la primavera del 1944, avremmo dovuto aspettare ancora un anno.

Con l’avanzata degli Alleati da ovest e dell’Armata Rossa da est il cibo già scarso iniziò a finire, per i tedeschi ancora ce n’era ma per noi quasi niente ed iniziarono le morti per inedia.

La mattina quattro uomini venivano incaricati di fare il giro delle baracche a raccogliere i morti su di un carretto, qualche volta toccò anche a me.

Una di quelle volte i morti durante la notte furono molti ed il carretto fu insufficiente, ad un certo punto la pila di corpi fu così alta che quando mettemmo sopra ancora cadaveri, questi cadevano giù dall’altra parte, così noi li raccoglievamo e li mettevamo ancora sopra con il risultato di farne cadere altri.
Decidemmo di fare due giri.

Poi li seppellimmo tutti insieme.

Durante l’inverno successivo eravamo ancor più debilitati ed accadeva che ogni giorno qualcuno si accasciasse sulla neve del Lager.
Venivano trascinati via per le braccia dietro un muro di mattoni fatto erigere per lo scopo, ed una volta lì venivano finiti a colpi di fucile.
I comandati alle sepolture chiesero ed ottennero più cibo, per scavare le fosse nel terreno gelato.

Il numero degli internati era calato e si vedeva, un paio di baracche rimasero vuote ed in una i tedeschi allestirono delle docce di fortuna con l’acqua fredda, meglio di niente.
Fu proprio dopo una doccia, che facevamo ogni quindici giorni, che mi rivestii e mi sedetti su di una panca dell’anticamera e mi addormentai.
La mia fortuna fu che l’ultimo che uscì, conoscendomi, mi chiamò per nome ed io mi risvegliai e lo seguii. Se le guardie mi avessero trovato addormentato, mi avrebbero giudicato troppo debole e quindi soppresso, mi andò bene.

Una svolta inaspettata per me ci fu il 13 febbraio 1945.

Venni chiamato dal comandante nel suo ufficio, e prima di andare mi diedi una ripulita alla logora divisa che avevo indosso.
Fui accompagnato da una guardia, alla quale chiesi il perché, quella sorrise e disse una parola sola: “bauernhof”. Entrai e mi misi sull’attenti, ero sempre un caporale dell’esercito italiano.

Il comandante era un alto ufficiale di circa sessanta anni e fumava una sigaretta.
Con una mano mi fece cenno che potevo mettermi sul “riposo”, stava seduto dietro alla sua scrivania, poi parlò: ”Lei parla tedesco signor D’Isep!”.
Risposi affermativamente.
Come mai?”
Gli dissi che ero stato per un anno in Germania con mio padre.
A fare cosa?”
Risposi che mio padre aveva bisogno di un aiutante per fare il falegname.
Così lei è falegname?”
Dissi di no, che era stata una eccezione, il mio mestiere era fare il contadino: tagliare l’erba, mungere le mucche, coltivare il mais, allevare maiali…
Naturalmente mentii, ma se avessi detto che facevo il muratore avrei avuto meno possibilità. La parola della guardia “bauernhof” significava “fattoria”.

Nel giro di due ore prepararono un lasciapassare con la mia foto, le generalità, timbri vari, firma del comandante e la mia, oltre alla dicitura: professione agricoltore.







L’indomani sarei uscito dal Lager ed avrei raggiunto la fattoria dove avrei dovuto prestare la mia opera, portando sempre con me il lasciapassare nel caso fossi stato fermato da soldati tedeschi. Scadeva il 21 novembre 1946.

Ero dimagrito e piuttosto debole, ma contavo sul fatto che in una fattoria da mangiare ce n’è sempre.
La sera del 14 febbraio 1945 mi fu aperto il portone principale e mi caricarono su di un treno merci.
In terra c’era ancora la neve. Scesi dopo ore di viaggio al buio alla stazione di Rochau, ero a quasi duecento chilometri dal mio campo.

Due guardie mi chiesero il lasciapassare, poi mi indicarono una strada ed io mi avviai.

La strada finì ed iniziò una carrabile, in terra c'erano dei solchi lasciati dal passaggio dei carretti, venni a sapere poi che nella fattoria producevano il latte e la carne per i soldati. 
Arrivai, recinti non ce n’erano e mi vennero incontro due ragazzi, un maschio ed una femmina, avranno avuto 12/13 anni e parlavano un tedesco che non capivo bene.
Mi portarono nella stalla a conoscere i padroni, una coppia di cinquantenni marito e moglie.
Vollero subito vedere il lasciapassare, che io tirai prontamente fuori di tasca.
Una volta letto l’uomo mi disse che avrei portato fuori il letame, pulito la stalla, e dato il fieno alle vacche, e poi dovevo dar da mangiare ai maiali, alle galline ed ai conigli.
Contai le mucche, erano sei, i maiali quattro, le galline una cinquantina ed i conigli altrettanti.
La cosa non mi spaventava, erano tutti lavori che facevo da bambino a casa mia, la parola che però non disse fu: “mangiare”.

Iniziai con forca e carriola, portai il letame fresco al letamaio che stava di fianco alla stalla e lì vidi spuntare dal letame ghiacciato una rapa. La tirai fuori, era mezza marcia, la pulii con la neve gelandomi le dita e la misi in tasca in attesa di poterla mangiare di nascosto, quindi proseguii con i miei compiti.

Venne mezzogiorno e la padrona arrivò da me, in mano aveva una latta, me la diede e mi disse di andare a mangiare nella stalla, io guardai dentro il contenitore e vidi una patata lessa di discrete dimensioni.
Guardai gli occhi azzurri della signora Hilde, allora lei mi disse: “Il tuo stomaco non è più abituato a mangiare, se ti do di più si gonfia, e poi tu stai male oppure muori.
Non ci avevo pensato, probabilmente non ero il primo prigioniero assegnato alla fattoria.

Lavorai anche tutto il pomeriggio e prima del tramonto mi ritirai nella stalla per passarci la notte. Nel frattempo la rapa che avevo in tasca si era scongelata e la mangiai.

Per circa un mese nella fattoria feci sempre gli stessi lavori, e dopo tre settimane la padrona con gli occhi azzurri raddoppiò la mia razione passando da una patata lessa a due, con mia grande gioia.
E dai due ragazzi venni a sapere che non erano i figli dei proprietari ma erano due polacchi rimasti orfani di padre e madre, e siccome erano entrambi biondi e con gli occhi azzurri erano stati naturalizzati tedeschi ed assegnati alla coppia di agricoltori/allevatori perché senza figli.

Una mattina di metà marzo stavo camminando sulla neve ormai sottile per fare il mio “lavoro”, quando pensai che ero stufo di fare servizi umili perché sapevo fare ben altro.
Quando vidi la ragazza bionda entrare nella stalla con dei secchi la seguii di nascosto.
Lei si mise a sedere su uno sgabellino ed iniziò a mungere la prima mucca, gli zampilli che uscivano dalle mammelle non erano regolari.
Feci un colpo di tosse per farmi notare, la ragazza smise di muovere le mani e mi guardò.
Le feci segno di togliersi e lasciarmi il posto, dapprima tentennò poi si alzò lasciando libero lo sgabello.
Mi sedetti e mi sputai nei palmi delle mani, acqua non ce n’era, ed iniziai ad ammorbidire le mammelle della mucca, poi poggiai la fronte contro di essa ed iniziai a mungere con ritmo cadenzato.
Gli zampilli di latte uscivano regolari, e sotto gli occhi esterrefatti della ragazza iniziai a riempire il secchio che stava sotto alla vacca.
La fanciulla uscì di corsa dalla stalla e dopo un minuto apparve di corsa la coppia di proprietari.
Mi guardarono con gli occhi sbarrati, stando sulla soglia della stalla, io intanto imperterrito continuavo a mungere. Si parlarono a bassa voce, poi l’uomo mi disse di continuare anche con le altre mucche, assieme ai ragazzi.

Venne quasi mezzogiorno ed io stavo spalando il letame, la padrona venne da me, in mano non aveva la solita latta ma un pezzo di sapone e mi disse che mi avrebbe invitato a mangiare in casa sua. Ero proprio contento, avrei mangiato le mie patate in casa e non nella stalla, era un bel traguardo.
La donna mi chiamò, mollai tutto e mi lavai le mani col sapone all'abbeveratoio delle vacche, e prima di entrare mi levai gli scarponi e nascosi un buco che avevo in un calzettone.

Prego Franzesko, entri” disse la padrona.
Io mi levai il berretto da artigliere e varcai la soglia di casa.
I ragazzi erano già seduti a tavola e così anche il padrone, che quando mi guardò mi sorrise. In un angolo della cucina una stufa di ghisa accesa riscaldava l’ambiente.
Mi aspettavo di mangiare le patate seduto in un angolo, invece la signora Hilde mi fece accomodare a tavola con loro, poi iniziò a servire il pranzo iniziando dal marito.
Io guardavo tutto con timore, ero sempre in casa di tedeschi e per loro gli italiani erano i “traditori”.
La donna mi porse un piatto con due costicine di maiale e dei crauti, poi mi versò un bicchiere di birra.
Mi sembrò di essere tornato a casa dai miei genitori, solo che noi al posto della birra bevevamo del vino rosso. Allungai le narici sopra il piatto e sentii subito il profumo del cibo e l’aroma della birra, in quel momento mi prese un groppo alla gola e fui vinto dall’emozione.

Dopo 18 mesi di privazioni mi sentii nuovamente un essere umano ed iniziai a piangere.

La signora si alzò da tavola e venne a rincuorarmi, poi mi porse il suo fazzoletto togliendolo da una tasca del grembiule che indossava. Io lo presi e mi asciugai gli occhi, mi ci volle qualche minuto per riprendermi, poi ringraziai la signora Hilde e finalmente iniziai ad assaporare il cibo. Gli altri rimasero in silenzio.
Avevo 24 anni.

A pranzo finito parlammo un poco, i proprietari vollero sapere dove avevo imparato a fare il contadino e a parlare il tedesco. Risposi che a casa mia anche noi avevamo una fattoria, sostenendo la parte, e che la lingua locale la avevo imparata seguendo mio padre in Germania alcuni anni prima.


Rientrando alla stalla la sera vidi in cielo una squadriglia di aerei, e poi un’altra e un’altra ancora. Non mancava molto all’arrivo dei nostri liberatori.

Ai primi di aprile fui ricondotto al campo.

Nel Lager iniziò la smobilitazione delle guardie e tutti i documenti furono bruciati nel piazzale: era un continuo viavai di attendenti che lanciavano nel fuoco pile di fogli di carta, che in breve tempo ardevano.

Il giorno dopo il capo delle guardie venne da me e mi disse che i Russi stavano arrivando ed era meglio per tutti andarsene alla svelta, e che ci lasciavano liberi.
Parlai con gli altri compagni della baracca e decidemmo di rifiutare l’offerta, come al solito toccò a me dirlo ai tedeschi.
Noi vi ringraziamo ma preferiamo stare qui per dare aiuto agli abitanti del paese qui vicino” dissi.
Il responsabile delle guardie, che si trovava alla guida di una motocicletta militare, mi porse la mano ed io gliela strinsi, poi lui se ne andò, seguendo il convoglio di camion con a bordo il resto dei tedeschi.
A quel punto si trattava di aspettare, era l’aprile del 1945.

I colpi di artiglieria iniziarono a risuonare una mattina all’alba, erano ancora distanti ma si sentivano nitidamente, noi intanto al campo ci eravamo impossessati delle cucine e di quel che restava, e andavamo nei prati a raccogliere i radicchi selvatici e qualsiasi altra erba commestibile, di notte poi facevamo delle incursioni nelle fattorie vicine a rubare quello che potevamo e che poteva nutrirci, perché alle nostre richieste diurne tutti avevano risposto di no.
Intanto i cannoneggiamenti si facevano sempre più vicini ed un pomeriggio vedemmo all’orizzonte dei carri armati tedeschi in fuga, seguiti dalla fanteria.
Dopo un’ora i Sovietici arrivarono al nostro campo.

I primi ad entrare furono due motociclisti con il fucile a tracolla e gli occhialoni, si fermarono in mezzo al piazzale e noi ci mettemmo tutti di fronte a loro.

Un quarto di quelli arrivati nel settembre del 1943 non c’era più.

Uno dei due russi urlò qualcosa, noi non capimmo, allora lui urlò: ”Italiansk!”
Italiani! Italiani!” rispondemmo tutti assieme buttando in aria i berretti.
I russi poi arrivarono a decine, e verso sera arrivò una cucina da campo con del cibo.
Non era proprio di nostro gradimento perché di sapore acido, ma ce lo facemmo andar bene lo stesso.
I sovietici si insediarono negli alloggi che erano stati dei tedeschi ed iniziarono a schedarci tutti, ci volle quasi un mese. Alla fine ognuno di noi aveva il proprio lasciapassare con i dati personali, documento indispensabile per poter tornare a casa attraverso le linee russe.

Una mattina venimmo tutti radunati ed un interprete ci disse che eravamo liberi di tornare in Italia, e che il campo doveva essere liberato per mezzogiorno.
Io ed altri quattro compagni di prigionia ci eravamo già preparati accaparrandoci un carretto, delle pentole e delle coperte. A piedi iniziammo il viaggio di ritorno, sarebbe durato un mese.

I russi ci avevano rilasciato uno speciale lasciapassare da presentare ad ogni loro posto di controllo che avessimo trovato lungo il nostro cammino. E in più il lasciapassare ci dava diritto di andare nelle fattorie tedesche e richiedere del cibo, compresa l’uccisione di animali da cortile.
Il primo giorno ci fermammo presso una bauernhof per pernottare nella stalla, allora io chiesi al padrone di casa di poter mangiare facendogli vedere il nostro documento redatto dai russi. Mi aspettavo una reazione contraria, invece l’uomo fu contento di consegnarci tre galline, la terza però mi disse che sarebbe stata per lui e la moglie.
Accendemmo un fuoco e cucinammo i pennuti dopo averli spennati ed eviscerati, e nell’attesa che cuocessero mi intrattenni col padrone della fattoria.
Lui mi raccontò che i russi avevano emanato un decreto che impediva ai contadini di uccidere qualsiasi animale delle fattorie, e quella era l’occasione giusta per farlo e mangiare della carne, e che i suoi due figli erano al fronte da due anni e non aveva più notizie di loro da 10 mesi.
Dormimmo nella stalla ed il mattino seguente mungemmo una mucca per berne il latte.

Viaggiavamo spediti, la voglia di tornare a casa era tanta e lungo le strade che percorrevamo sempre verso sud incontravamo spesso villaggi e stazioni bombardate e colonne di civili tedeschi in fuga.
Erano donne, bambini ed anziani, la maggior parte viaggiava a piedi spingendo un carrettino o una carrozzina con la propria roba dentro, e qualcuno aveva una bicicletta stipata all’inverosimile.

Il terzo giorno assistemmo ad una cosa impensabile che ci lasciò sgomenti per giorni.

Eravamo su di una collinetta all’ombra delle piante e sotto di noi passava un’unica strada bianca costeggiata da due fossati. Ad un certo punto sentimmo un distinto fragore di grossi motori, era una colonna di carri armati dell’Armata Rossa in avvicinamento. Erano sulla strada ed andavano a tutta, sollevando un gran polverone.
I profughi tedeschi non appena li sentirono si girarono tutti all’indietro, la strada era piuttosto stretta e la colonna di carri non diminuì la velocità.
Donne, vecchi e bambini si prodigarono per scansare il pericolo e salvare le cose che avevano con sé, ma ai lati della striscia bianca c’erano i fossati pieni d’acqua.
I carri raggiunsero le persone ed iniziarono a passargli sopra schiacciandole, allora qualcuno si buttò in acqua con tutta la roba, ma almeno metà di quella gente in fuga dalla guerra fu travolta e miseramente uccisa senza pietà dai carri.


Passata la colonna russa vedemmo che la strada bianca era diventata color rosso sangue, perciò scendemmo a vedere, e la scena che si presentò davanti a noi fu raccapricciante: corpi grandi e piccoli insanguinati e maciullati lastricavano la strada. Sangue, crani fracassati e budella fumanti erano dappertutto.

Non potemmo fare quasi nulla se non aiutare ad uscire dai fossati i superstiti, poi proseguimmo.

Durante la nostra marcia di avvicinamento attraversammo qualche fiume e qualche torrente su dei ponti di barche, ma giunti al grande Danubio pioveva da giorni ed il fiume era in piena.
Ponti non ce n’erano, ma c’era un barcaiolo che di mestiere traghettava persone e merci da una riva all’altra. Parlai con lui e mi disse che se avesse smesso di piovere ci avrebbe portato dall’altra parte.

Salimmo tutti e cinque sul barcone assieme al nostro carretto, il barcaiolo ci disse di stare seduti e di evitare movimenti, poi iniziò a muovere l’imbarcazione tirando la grossa fune che era fissata alle due sponde del Danubio. La traversata mi sembrò eterna, e l’acqua limacciosa sfiorava i bordi del barcone, pensai che se fossimo giunti di là senza affogare sarebbe stato un miracolo, uno dei nostri iniziò a pregare.
Giungemmo dall’altra parte sani e salvi ed entrammo in terra austriaca, alla frontiera con l’Italia non mancava poi così tanto.
Nell’attraversare l’Austria iniziammo ad avere problemi agli scarponi e di conseguenza ai piedi.
Le nostre calzature iniziarono a logorarsi, perciò ci fermammo in un villaggio a cercare materiale per le riparazioni, ci volle tutto il giorno, ma fu un bene perché così riuscimmo a riposare, la vicinanza con il nostro paese ci aveva messo le ali ai piedi ma eravamo ancora deboli.

Finalmente entrammo in Italia, più precisamente in Carnia, alla frontiera presentammo i nostri documenti ai soldati di guardia e ritornai a parlare la mia lingua.

Chiedemmo indicazioni per prendere un treno e proseguimmo. Il nostro avvicinamento a Belluno fu scandito da tratti di ferrovia, tratti a piedi e tratti in corriera, il carrettino lo abbandonammo con anche le pignatte, invece le coperte le tenemmo.
Arrivammo a Belluno col treno e c’era il sole, era metà mattina e mi guardai attorno, niente era cambiato dall’ultima volta che ci ero stato e tutto mi sembrò bellissimo.
Noi cinque, ancora soldati e ancora in divisa, eravamo tutti della Valbelluna, ma di località diverse.
Fu così che ci salutammo e ci abbracciammo, lasciammo le coperte sporche e logore in un angolo ed ognuno percorse l’ultimo tratto di strada per conto suo.

Avevamo percorso un migliaio di chilometri in 30 giorni, e io dovevo andare a Villa di Limana.

Mi dissero che il servizio delle corriere per Limana era sospeso, così mi guardai attorno e vidi un conoscente che aveva una bicicletta da corsa.
Mi fiondai da lui, ci mise un poco a mettermi a fuoco, avevo la barba lunga.
Ci salutammo e gli raccontai sommariamente la mia vicenda di guerra e di prigioniero, poi gli chiesi la bicicletta in prestito. Me la diede volentieri, dicendomi di prestare attenzione perché era senza freni.
Inforcai la bicicletta ed iniziai a pedalare, attraversai Belluno e passai per Porta Rugo, poi via verso casa. Oltrepassai la Piave sul ponte della Vittoria ed arrivai a Visome, passai il paese e mi avvicinai al ponte sul torrente Cicogna.

Stavo pedalando velocemente quando mi accorsi di avere a pochi metri davanti a me un dirupo.
La bicicletta non aveva i freni e fui preso dalla paura, pensai in fretta e fermai il mezzo stringendo forte la ruota davanti con la mano destra, che rimase ferita.
I bombardamenti aerei degli Alleati avevano centrato il ponte distruggendolo, se non avessi frenato in quel modo sarei finito di sotto e probabilmente sarei morto a tre chilometri da casa.
Andai un poco più a valle e scesi la scarpata con la bicicletta in spalla, poi guadai il torrente e risalii dall’altra parte. Rimontai in sella e mi rimisi a pedalare.

Due chilometri dopo raggiunsi l’abitato di Dussoi e lo attraversai, erano le undici di mattina, era domenica e la piazza era vuota, la gente era quasi tutta a messa e solo alcuni avventori del bar del paese mi videro passare in direzione ovest, ma non mi riconobbero per via della lunga barba.
Oltrepassai la chiesa e la canonica ultimando un curvone verso sinistra poi finalmente vidi casa mia all’orizzonte, con il grande prato davanti.
Dopo un breve rettilineo in discesa girai a destra e presi la strada bianca che portava al “Col di Lana”.
Ancora cento metri e sarei arrivato.

Mi prese l’emozione e scesi dalla bicicletta.

Spingendo il mezzo entrai nella nostra proprietà dal retro, e subito vidi che il camino del casotto dove mia madre cucinava stava fumando. Per non dare uno shock troppo grande a mia madre la chiamai per nome rimanendo un poco distante.
Teresa! Teresa!” dissi forte.
La piccola porta del casotto si aprì e dopo 5 anni rividi mia madre.

Mi guardò senza riconoscermi allora io allargai le braccia, senza parlare. Lei si mise le mani sulle guance e poi pronunciò il mio nome: Francesco.

Si mise a correre verso di me e mi raggiunse, poi mi buttò le braccia al collo e mi baciò più volte, con le lacrime che le scendevano lungo il viso. La abbracciai.
La mia emozione era forte e lo fu ancor di più quando dalla nostra casa uscirono mio padre Bepi e mio fratello Vittorio. Anche loro corsero da me e mi abbracciarono, eravamo nuovamente tutti e quattro assieme e la famiglia era finalmente riunita.

A quel punto mia madre si asciugò il viso e mi disse che mi avrebbe preparato il bagno, intanto lei avrebbe cucinato la polenta da accompagnare al coniglio e alle patate.
Una volta asciugato mi tagliai la barba davanti allo specchio, riacquistai un aspetto civile e mi presentai a tavola. Fu solo allora che i miei genitori e mio fratello videro quanto ero dimagrito.

Era il 14 giugno del 1945.

Il giorno dopo mi presentai al distretto militare vestito della mia logora divisa, dove mi diedero una licenza di sessanta giorni.
Nell’agosto dello stesso anno fui ricoverato per quindici giorni ma solo due anni dopo, il 6 maggio 1947 mi arrivò la comunicazione che ero stato collocato in congedo illimitato.
Avevo 26 anni e 6 mesi ed avevo passato gli ultimi sette anni con indosso la divisa militare.


All’inizio del 1950 mi arrivò una lettera dove c’era scritto che “Nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura ed al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra”.

Meno male.

Ai primi di agosto del 1953 ricevetti una lettera dal distretto militare di Belluno: mi dovevo recare lì per ritirare un documento a mio nome.
Erano passati alcuni anni dalla fine della guerra e credetti fosse una di quelle solite scartoffie della burocrazia militare, comunque ci andai.

Entrai al distretto e trovai ad attendermi un ufficiale degli alpini ed un maresciallo degli stessi.
Mi fecero accomodare in un ufficio ed il maresciallo mi lesse un piccolo discorso, poi mi diedero un foglio con scritto il mio nome e l’ufficiale mi appuntò una medaglia al petto, quindi mi strinse la mano.

Uscii dall’edificio con il documento tra le mani, mi fermai e lo lessi:


Il Comandante Militare Territoriale di Padova

DETERMINA

È concessa al Caporale in congedo

D’Isep Francesco di Giuseppe c.l. 1920

la CROCE AL MERITO DI GUERRA

per internamento in Germania.

10 agosto 1953




Ero conscio di non essere l’unico ad aver conseguito quel merito, ma quella medaglia e quel documento erano la testimonianza di come anche io, nel mio piccolo, avevo contribuito a liberare il mio paese dalle dittature e ripristinare la democrazia.

Tornato a casa misi tutto in un cassetto e continuai la mia vita.


Marino D’Isèp © copyright Maggio 2024


Questa storia di Francesco D’Isep, fratello di mio padre e conosciuto da tutti col soprannome di “Chechi”, è autentica e mi è stata raccontata dal protagonista, che andavo a trovare spesso, e proprio durante una di queste visite, inaspettatamente, mi narrò i punti salienti della sua vita di soldato durante la seconda guerra mondiale.

Quando mi raccontò di aver mangiato seduto a tavola nella cucina della fattoria invitato dalla signora Hilde, si commosse, aveva 85 anni.

Ciao zio “Chechi”, ti voglio bene, ovunque tu sia






giovedì 2 maggio 2024

SODDISFAZIONE AL LICEO CLASSICO DI BELLUNO

Grande soddisfazione per me che una decina di giorni fa, su invito di un insegnante di Lettere che aveva letto il mio libro "Ogni suo desiderio", mi sono recato al "Liceo Classico Tiziano" di  Belluno per  parlare ai ragazzi di Letteratura e Territorio locale, con riferimento ai miei racconti.

Un sentito grazie all'insegnante, ed ai ragazzi che mi hanno seguito con attenzione.

Marino D'Isèp



mercoledì 1 maggio 2024

BREVE POESIA D'AMORE DAL TITOLO: "CLEO"

 

Ciao a tutti, oggi camminando sotto la pioggia mi è arrivata una breve poesia d'amore,

e l'ho dedicata ad una donna dalla pelle scura.


      Titolo: "Cleo"


       "Cleo" è una lavagna

        sulla quale scrivere

        la parola  "Amore".


     Marino D’Isèp © copyright

              maggio 2024