RACCONTO
“FRANCESCO”
Sono
nato il 29 ottobre del 1920 a Villa di Limana, in una località
chiamata: “Col Di Lana”.
Ero
il primogenito di un muratore e nipote di un falegname, da loro
imparai il mio mestiere.
Mia
madre era una contadina con problemi di salute, esaurimento nervoso
dicevano, ed
ogni tanto veniva ricoverata all’ospedale di Feltre dove le
facevano l’Elettroshock, poi a casa arrivava il conto da pagare.
Mio
fratello nacque quindici mesi dopo di me, ed anche lui imparò il mio
stesso mestiere.
Da
bambino insieme a mio fratello mi occupavo della mungitura delle
vacche nella stalla, e ricordo bene quando a dicembre di ogni anno
uccidevamo il maiale e assieme a tutto
il borgo, formato dai fratelli di mio padre, dalle loro mogli e
figli, disossavamo i maiali e facevamo i salami tutti assieme, per
avere poi ognuno la propria parte in base al peso della bestia.
All’età
di tredici anni mio padre decise di prendermi con lui al lavoro.
Facevo
il manovale ed intanto imparavo a fare il muratore, mio padre era
severo ma insegnava bene e non era geloso, perché sapeva che il
lavoro nessuno glielo avrebbe portato via.
Nei
vari cantieri di costruzione dove lavorai mio padre fu sempre
“Capomastro”, ossia comandava
gli altri muratori e sovrintendeva l’avanzamento dei lavori.
Era
molto alto e forte, ed aveva due occhi azzurri ed uno sguardo che non
ammetteva repliche, se diceva che una cosa andava fatta in un certo
modo allora quello era il solo modo in cui andava fatta.

Un
giorno lo sfidarono: “Bepi! Scommettiamo che non riesci ad alzare
due sacchi di cemento da 50 chili uno per braccio?”
Mio
padre guardò lo sfidante e gli disse: ”Chiama i tuoi due figli!”
Arrivarono
due ragazzini di otto o nove anni e mio padre li fece mettere a terra
a pancia
sotto vicino a lui, poi andò a prendere e sollevare due sacchi di
cemento, uno per braccio sotto le ascelle, come diceva lo sfidante,
quindi si piegò sulle gambe ed afferrò la cinta dei ragazzini uno
per mano, e li alzò quasi senza sforzo.
Guardò
l’uomo che lo aveva sfidato e con tutto il peso ancora nella
braccia gli
disse: “Hai perso! Metà della tua prossima paga la terrò io!”
poi posò ragazzini e sacchi di cemento a terra.
Nessuno
osò più sfidarlo.
A
sedici anni mi affidarono il mio primo lavoro autonomo: piastrellare
il pavimento della latteria sociale del mio paese con piastrelle
esagonali di colore rosso.
Feci
tutto da solo ed il lavoro mi riuscì bene, tanto da ricevere i
complimenti di mio padre, che
era sì severo ma riconosceva i meriti degli altri quando un lavoro
era fatto bene.
Poi
dal ‘37 al ‘39 andai con mio padre in Lussemburgo e Germania,
dove imparai un poco la lingua tedesca.
Il
17 marzo del ‘40 venni chiamato a fare il militare nel Regio
Esercito di sua maestà il Re.
Mi
assegnarono al Sesto Reggimento di artiglieria da montagna di stanza
a Belluno, dove
divenni “Addetto al tiro”, in pratica calcolavo le coordinate per
lo sparo dei cannoni da montagna e le consegnavo agli artiglieri
addetti al puntamento e allo sparo.
Il
10 giugno del 1940 Mussolini tenne un discorso a Piazza Venezia a
Roma ed entrammo in guerra a fianco dei tedeschi. Noi eravamo già
stati mobilitati il 4 giugno, e ad ottobre fummo inviati al confine
con la Jugoslavia.
Nel
novembre dello stesso anno fui nominato Caporale, e giungemmo in zona
di guerra il 6
aprile del ‘41.
Partecipai
alle operazioni di guerra nella frontiera Jugoslava nel ‘41, e alle
operazioni di guerra in Balcania nel ‘41, ‘42 e ‘43.
Fui anche
ferito da una scheggia ad una mano a causa del cedimento della
culatta di un cannone e mandato a Lubjana, dove c’era un
ospedale militare italiano.
A
me andò bene, ma uno dei serventi al pezzo perse la vista.
Il
25 luglio del 1943 Mussolini venne deposto da capo del governo ma
non cambiò nulla.
L’8
settembre del 1943 successe il finimondo.
Noi
stavamo facendo le solite cose di tutti i giorni quando dalla
casamatta del comandante uscì il suo attendente che, tutto felice,
ci urlò che la guerra era finita e che potevamo tornare tutti a
casa.
Non
aveva capito niente di quello che aveva sentito alla radio e fu il
nostro Capitano a dirci quello che era successo.
Eravamo più di 80 uomini armati di fucili, bombe a mano e pezzi di artiglieria, ed
eravamo tutti attoniti in attesa che il nostro comandante ci dicesse
cosa fare.
Era
un piemontese militare di carriera che aveva combattuto anche nella
prima guerra mondiale ed esperienza ne aveva tanta, ma una cosa del
genere non l’aveva mai sentita e non sapeva neanche lui cosa
pensare.
Ad
un certo punto ci riunì e disse: “Uomini! Il generale Badoglio ha
annunciato l’armistizio con gli Alleati!
Ma la nostra guerra
continua a fianco degli Alleati e contro i tedeschi!”.
Lo
guardammo tutti esterrefatti, poi un sergente alzò la mano e chiese:
”Cosa
dobbiamo fare?”
A
quel punto il comandante abbandonò l’aria marziale, ci guardò
tutti e disse:
“Io
ne ho piene le scatole di fare la guerra, torno a casa”.
In
quell’istante il nostro accampamento sembrava un formicaio
impazzito, tutti gli uomini gettarono i fucili ed iniziarono ad
organizzarsi per darsi alla macchia e potersi avviare verso la
propria casa.
Anch’io feci così, ma il fucile e le bombe a mano me le tenni ben strette, i partigiani jugoslavi ci avrebbero potuto attaccare sulla via del ritorno.
Ci
sparpagliammo il più possibile per non essere notati e passavamo la
notte nei boschi senza accendere fuochi, e poi sotterravamo le
scatolette vuote consumate durante i pasti.
Con
me c’erano sette alpini artiglieri, tutti giovani, io ero il più
anziano: 22 anni e 10 mesi.
Inoltre
ero anche graduato e mi sentivo responsabile per gli altri.
Quello
che non avevamo calcolato era che i tedeschi temendo un tradimento
dopo la deposizione di Mussolini avevano già mandato le truppe della
Wermacht a presidiare i confini italiani.
Riuscimmo
ad evitare lo scontro con i partigiani e quando raggiungevamo un
villaggio, o una casa isolata, prima guardavamo bene col binocolo che
il posto fosse sicuro, poi chiedevamo viveri e acqua pagando
collettivamente tutto con le residue lire che avevamo in tasca.
Arrivammo
vicino al confine idrografico tra Jugoslavia ed Italia e vedemmo il
fiume Isonzo proprio
sotto di noi.
Ci
accampammo per un’ intera giornata a guardare i dintorni di un ponte col binocolo e poi scendemmo non appena fu notte.
Andai
avanti per primo col fucile carico tra le mani, gli altri mi
seguivano con le mie bombe a mano. Arrivato all’imbocco del collegamento ci acquattammo tutti e rizzammo le orecchie, era
ormai buio pesto ed erano le undici di sera.
Il
nostro piano era di attraversare il fiume e poi dirigerci alla
stazione del treno più vicina.
Eravamo
ormai tutti sul ponte quando un potente fascio di luce mi colpì in
pieno negli occhi, tentammo di tornare indietro ma un altro fascio di
luce ci illuminò.
Era
un reparto della Wermacht che si era appostato alle estremità del
ponte e aspettava i militi italiani in fuga dalla Jugoslavia.
Ci
urlarono di buttare le armi e di venire avanti con le mani alzate, io
parlavo e capivo un poco il tedesco e traducevo per gli altri.
Così
facemmo e venimmo raggruppati ad altri soldati italiani di altri
reparti anche loro fermati sul ponte come noi.
Il
mattino seguente fummo ammassati in una radura ed il comandante
tedesco del reparto ci offrì di combattere per il Terzo Reich.
Su
oltre cento uomini che eravamo solamente in dodici accettarono
l’offerta, tutti
gli altri, me compreso, dicemmo di no e venimmo così caricati sui
vagoni di un treno merci con destinazione sconosciuta. Era il 14
settembre del 1943.
Il
lungo treno merci si mosse dalla stazione, riuscii a contare dodici
vagoni, tutti stipati di militari italiani. Ogni tanto il treno si
fermava in piccole stazioni e caricava carbone e acqua.
A
noi non diedero niente per due giorni, né acqua né cibo, eravamo
giovani uomini sacrificabili.
Giungemmo
a destinazione presso un campo di prigionia nella località di
Polzen, seppi molto dopo che eravamo a soli 80 chilometri da Berlino.
Era
il Lager Altsorgefeld, destinato agli italiani, che significava: "Vecchio campo di cura".
Scendemmo
dal vagone in condizioni pietose, stanchi, affamati, sporchi e
soprattutto maltrattati come animali.
I
soldati tedeschi continuavano ad insultarci ed a dirci la parola:
VERRÄTER, Traditori, sputando
poi in terra.
Il
lager era stato realizzato in una piana circondata da alberi, e
tutto intorno aveva dei grossi pali di legno collegati da linee di
filo spinato alto tre metri, ed ogni cinquanta metri c’erano delle
torrette di guardia con all’interno un soldato armato di
mitragliatrice.
E
poi c’erano le baracche nelle quali venimmo alloggiati, il
pavimento era di terra e le brande erano dei tavolacci di legno con
della paglia.
Per
l’acqua c’erano due pozzi, al mattino andavamo a lavarci ad un
lavatoio con i secchi, colazione
niente, poi a lavorare: si trattava soprattutto di ripristinare le
linee ferroviarie bombardate, di portare via le macerie delle
abitazioni distrutte e di tirare fuori i morti a mani nude.
Una
di quelle volte ci portarono con due camion in un villaggio distrutto
dalle bombe e, mentre scavavo con le mani tra le macerie, mi sembrò
di vedere una bambola, la tirai fuori cercando di non romperla ma la
bambola si rivelò essere una neonata di pochi mesi.
La
sua testa ed il suo viso erano sporchi ma intatti, la sua cassa
toracica invece non aveva retto al peso dei mattoni che aveva
addosso.
L’unico
pasto della giornata ci veniva dato a mezzogiorno e consisteva in una
tazza di minestra di verdura che se si era fortunati ci potevamo
trovare dentro anche un pezzetto di carne, e poi un pezzo di pane di
segale.
Il
cibo non era sufficiente e ben presto iniziammo tutti a calare di
peso.
Nel
campo non c’era quasi nulla da fare, tranne la pulizia delle
baracche e toglierci i pidocchi di dosso.
Poi
un giorno di ottobre arrivò al campo un ufficiale italiano che ci disse che
in Italia era stato formato un nuovo governo con a capo Benito
Mussolini, e se aderivamo saremmo tornati in patria ed arruolati nel
nuovo esercito, dove avremmo avuto una paga, del vestiario
nuovo e confortevole e tre pasti al giorno.
Eravamo
tutti schierati, ci guardammo tutti in faccia l’un l’altro e
qualcuno si fece avanti, la stragrande maggioranza non si mosse di un
passo.
Venne
l’inverno e nella nostra baracca gelarono le pareti, così andai da
una guardia a chiedere se potevamo costruirci una stufa per
riscaldarci.
Rispose
di no, allora gli dissi che se ci ammalavamo e morivamo non avremmo
più potuto essere utili al Terzo Reich. La guardia, un tedesco di
quaranta anni, ci pensò su e poi annuì, però non dovevamo bruciare
la baracca pena la morte.
In
breve tempo con utensili e lamiere di fortuna costruimmo una valida
stufa, brutta da vedere ma funzionante, ed il camino tirava a
meraviglia.
La
guardia rimase soddisfatta e noi bruciavamo di tutto, anche pezzi
della baracca stessa senza che nessuno si accorgesse.
Il
primo inverno lo sfangammo, ma a causa della scarsa igiene iniziarono
i casi di tifo petecchiale e decine di giovani nostri militari ci
lasciarono la vita.
In
seguito a ciò il comando tedesco ordinò una disinfestazione e da
nudi ci irrorarono di un liquido nebulizzato, ci diedero dei grossi
bidoni vuoti per lavare i vestiti col sapone e ci fecero rasare a
zero e depilare ascelle ed inguine. Con la primavera la situazione
migliorò.
Notizie
della guerra non era possibile averne in nessun modo, però iniziammo
a notare sempre più spesso squadriglie di aerei solcare il cielo.
I
più esperti di noi dissero che quelli non erano aerei tedeschi,
perciò iniziammo a sperare che
la guerra stesse prendendo una svolta a noi favorevole e che qualcuno
prima o poi sarebbe arrivato a liberarci.
Era
la primavera del 1944, avremmo dovuto aspettare ancora un anno.
Con
l’avanzata degli Alleati da ovest e dell’Armata Rossa da est il
cibo già scarso iniziò a finire, per i tedeschi ancora ce n’era
ma per noi quasi niente ed iniziarono le morti per inedia.
La
mattina quattro uomini venivano incaricati di fare il giro delle
baracche a raccogliere i morti su di un carretto, qualche volta toccò
anche a me.
Una
di quelle volte i morti durante la notte furono molti ed il carretto
fu insufficiente, ad un certo punto la pila di corpi fu così alta
che quando mettemmo sopra ancora cadaveri, questi cadevano giù
dall’altra parte, così noi li raccoglievamo e li mettevamo ancora
sopra con il risultato di farne cadere altri.
Decidemmo
di fare due giri.
Poi
li seppellimmo tutti insieme.
Durante
l’inverno successivo eravamo ancor più debilitati ed accadeva che
ogni giorno qualcuno si accasciasse sulla neve del Lager.
Venivano
trascinati via per le braccia dietro un muro di mattoni fatto erigere
per lo scopo, ed
una volta lì venivano finiti a colpi di fucile.
I
comandati alle sepolture chiesero ed ottennero più cibo, per scavare
le fosse nel terreno gelato.
Il
numero degli internati era calato e si vedeva, un paio di baracche
rimasero vuote ed in una i tedeschi allestirono delle docce di
fortuna con l’acqua fredda, meglio di niente.
Fu
proprio dopo una doccia, che facevamo ogni quindici giorni, che mi
rivestii e mi sedetti su di una panca dell’anticamera e mi
addormentai.
La
mia fortuna fu che l’ultimo che uscì, conoscendomi, mi chiamò per
nome ed io mi risvegliai e lo seguii. Se
le guardie mi avessero trovato addormentato, mi avrebbero giudicato
troppo debole e quindi soppresso, mi andò bene.
Una
svolta inaspettata per me ci fu il 13 febbraio 1945.
Venni
chiamato dal comandante nel suo ufficio, e prima di andare mi diedi
una ripulita alla logora divisa che avevo indosso.
Fui
accompagnato da una guardia, alla quale chiesi il perché, quella
sorrise e disse una parola sola: “bauernhof”. Entrai
e mi misi sull’attenti, ero sempre un caporale dell’esercito
italiano.
Il
comandante era un alto ufficiale di circa sessanta anni e fumava una
sigaretta.
Con
una mano mi fece cenno che potevo mettermi sul “riposo”, stava
seduto dietro alla sua scrivania, poi parlò: ”Lei parla tedesco
signor D’Isep!”.
Risposi
affermativamente.
“Come
mai?”
Gli
dissi che ero stato per un anno in Germania con mio padre.
“A
fare cosa?”
Risposi
che mio padre aveva bisogno di un aiutante per fare il falegname.
“Così
lei è falegname?”
Dissi
di no, che era stata una eccezione, il mio mestiere era fare il
contadino: tagliare l’erba, mungere le mucche, coltivare il mais,
allevare maiali…
Naturalmente
mentii, ma se avessi detto che facevo il muratore avrei avuto meno
possibilità. La parola della guardia “bauernhof” significava
“fattoria”.
Nel
giro di due ore prepararono un lasciapassare con la mia foto, le
generalità, timbri vari, firma del comandante e la mia, oltre alla
dicitura: professione agricoltore.
L’indomani
sarei uscito dal Lager ed avrei raggiunto la fattoria dove avrei dovuto prestare la mia opera,
portando sempre con me il lasciapassare nel caso fossi stato fermato
da soldati tedeschi. Scadeva
il 21 novembre 1946.
Ero
dimagrito e piuttosto debole, ma contavo sul fatto che in una
fattoria da mangiare ce n’è sempre.
La sera del 14 febbraio 1945 mi fu aperto il portone
principale e mi caricarono su di un treno merci.
In
terra c’era ancora la neve. Scesi dopo ore di viaggio al buio alla stazione di Rochau, ero a quasi duecento chilometri dal mio campo.
Due guardie mi chiesero il lasciapassare, poi mi indicarono una strada ed io mi avviai.
La strada finì ed iniziò una carrabile, in terra c'erano dei solchi lasciati dal
passaggio dei carretti, venni a sapere poi che nella fattoria
producevano il latte e la carne per i soldati.
Arrivai,
recinti non ce n’erano e mi vennero incontro due ragazzi, un
maschio ed una femmina, avranno avuto 12/13 anni e parlavano un
tedesco che non capivo bene.
Mi
portarono nella stalla a conoscere i padroni, una coppia di
cinquantenni marito e moglie.
Vollero
subito vedere il lasciapassare, che io tirai prontamente fuori di
tasca.
Una
volta letto l’uomo mi disse che avrei portato fuori il letame,
pulito la stalla, e dato il fieno alle vacche, e poi dovevo dar da
mangiare ai maiali, alle galline ed ai conigli.
Contai
le mucche, erano sei, i maiali quattro, le galline una cinquantina ed
i conigli altrettanti.
La
cosa non mi spaventava, erano tutti lavori che facevo da bambino a
casa mia, la parola che però non disse fu: “mangiare”.
Iniziai
con forca e carriola, portai il letame fresco al letamaio che stava
di fianco alla stalla e lì vidi spuntare dal letame ghiacciato una
rapa. La
tirai fuori, era mezza marcia, la pulii con la neve gelandomi le dita
e la misi in tasca in attesa di poterla mangiare di nascosto, quindi
proseguii con i miei compiti.
Venne
mezzogiorno e la padrona arrivò da me, in mano aveva una latta, me
la diede e mi disse di andare a mangiare nella stalla, io guardai
dentro il contenitore e vidi una patata lessa di discrete dimensioni.
Guardai
gli occhi azzurri della signora Hilde, allora lei mi disse: “Il tuo
stomaco non è più abituato a mangiare, se ti do di più si gonfia,
e poi tu stai male oppure muori.
Non
ci avevo pensato, probabilmente non ero il primo prigioniero
assegnato alla fattoria.
Lavorai
anche tutto il pomeriggio e prima del tramonto mi ritirai nella stalla per passarci la notte. Nel
frattempo la rapa che avevo in tasca si era scongelata e la mangiai.
Per
circa un mese nella fattoria feci sempre gli stessi lavori, e dopo
tre settimane la padrona con gli occhi azzurri raddoppiò la mia
razione passando da una patata lessa a due, con mia grande
gioia.
E
dai due ragazzi venni a sapere che non erano i figli dei proprietari
ma erano due polacchi rimasti orfani di padre e madre, e siccome
erano entrambi biondi e con gli occhi azzurri erano stati
naturalizzati tedeschi ed assegnati alla coppia di
agricoltori/allevatori perché senza figli.
Una
mattina di metà marzo stavo camminando sulla neve ormai sottile per fare il mio “lavoro”, quando pensai che ero stufo di fare
servizi umili perché sapevo fare ben altro.
Quando vidi la ragazza bionda entrare nella stalla
con dei secchi la seguii di nascosto.
Lei
si mise a sedere su uno sgabellino ed iniziò a mungere la prima
mucca, gli zampilli che uscivano dalle mammelle non erano regolari.
Feci
un colpo di tosse per farmi notare, la ragazza smise di muovere le
mani e mi guardò.
Le
feci segno di togliersi e lasciarmi il posto, dapprima tentennò poi
si alzò lasciando libero lo sgabello.
Mi
sedetti e mi sputai nei palmi delle mani, acqua non ce n’era, ed
iniziai ad ammorbidire le mammelle della mucca, poi poggiai la fronte
contro di essa ed iniziai a mungere con ritmo cadenzato.
Gli
zampilli di latte uscivano regolari, e sotto gli occhi esterrefatti
della ragazza iniziai a riempire il secchio che stava sotto alla
vacca.
La
fanciulla uscì di corsa dalla stalla e dopo un minuto apparve di
corsa la coppia di proprietari.
Mi
guardarono con gli occhi sbarrati, stando sulla soglia della stalla,
io intanto imperterrito continuavo a mungere. Si
parlarono a bassa voce, poi l’uomo mi disse di continuare anche con
le altre mucche, assieme ai ragazzi.
Venne
quasi mezzogiorno ed io stavo spalando il letame, la padrona venne da
me, in mano non aveva la solita latta ma un pezzo di sapone e mi disse che mi avrebbe
invitato a mangiare in casa sua. Ero
proprio contento, avrei mangiato le mie patate in casa e non nella stalla, era un bel traguardo.
La
donna mi chiamò, mollai tutto e mi lavai le mani col sapone all'abbeveratoio delle vacche, e prima
di entrare mi levai gli scarponi e nascosi un buco che avevo
in un calzettone.
“Prego
Franzesko, entri” disse la padrona.
Io
mi levai il berretto da artigliere e varcai la soglia di casa.
I
ragazzi erano già seduti a tavola e così anche il padrone, che
quando mi guardò mi sorrise. In un angolo della cucina una stufa di
ghisa accesa riscaldava l’ambiente.
Mi
aspettavo di mangiare le patate seduto in un angolo, invece la
signora Hilde mi fece accomodare a tavola con loro, poi iniziò a
servire il pranzo iniziando dal marito.
Io
guardavo tutto con timore, ero sempre in casa di
tedeschi e per loro gli italiani erano i “traditori”.
La
donna mi porse un piatto con due costicine di maiale e dei crauti,
poi mi versò un bicchiere di birra.
Mi
sembrò di essere tornato a casa dai miei genitori, solo che noi al
posto della birra bevevamo del vino rosso. Allungai
le narici sopra il piatto e sentii subito il profumo del cibo e
l’aroma della birra, in quel momento mi prese un groppo alla gola e
fui vinto dall’emozione.
Dopo
18 mesi di privazioni mi sentii nuovamente un essere umano ed iniziai
a piangere.
La
signora si alzò da tavola e venne a rincuorarmi, poi mi porse il suo
fazzoletto togliendolo da una tasca del grembiule che indossava. Io
lo presi e mi asciugai gli occhi, mi ci volle qualche minuto per
riprendermi, poi ringraziai la signora Hilde e finalmente iniziai ad
assaporare il cibo. Gli altri rimasero in silenzio.
Avevo
24 anni.
A
pranzo finito parlammo un poco, i proprietari vollero sapere dove
avevo imparato a fare il contadino e a parlare il tedesco. Risposi
che a casa mia anche noi avevamo una fattoria, sostenendo la parte, e
che la lingua locale la avevo imparata seguendo mio padre in Germania
alcuni anni prima.
Rientrando
alla stalla la sera vidi in cielo una squadriglia di aerei, e poi
un’altra e un’altra ancora. Non mancava molto all’arrivo dei
nostri liberatori.
Ai primi di aprile fui ricondotto al campo.
Nel Lager iniziò la smobilitazione delle guardie e tutti i documenti furono bruciati nel piazzale: era un continuo viavai di attendenti che lanciavano nel fuoco pile di fogli di carta, che in breve tempo ardevano.
Il
giorno dopo il capo delle guardie venne da me e mi disse che i Russi
stavano arrivando ed era meglio per tutti andarsene alla svelta, e
che ci lasciavano liberi.
Parlai
con gli altri compagni della baracca e decidemmo di rifiutare
l’offerta, come al solito toccò a me dirlo ai tedeschi.
“Noi
vi ringraziamo ma preferiamo stare qui per dare aiuto agli abitanti
del paese qui vicino” dissi.
Il
responsabile delle guardie, che si trovava alla guida di una
motocicletta militare, mi porse la mano ed io gliela strinsi, poi lui
se ne andò, seguendo il convoglio di camion con a bordo il resto dei
tedeschi.
A
quel punto si trattava di aspettare, era l’aprile del 1945.
I
colpi di artiglieria iniziarono a risuonare una mattina all’alba,
erano ancora distanti ma si sentivano nitidamente, noi intanto al
campo ci eravamo impossessati delle cucine e di quel che restava, e
andavamo nei prati a raccogliere i radicchi selvatici e qualsiasi
altra erba commestibile, di notte poi facevamo delle incursioni nelle
fattorie vicine a rubare quello che potevamo e che poteva nutrirci,
perché alle nostre richieste diurne tutti avevano risposto di no.
Intanto
i cannoneggiamenti si facevano sempre più vicini ed un pomeriggio
vedemmo all’orizzonte dei carri armati tedeschi in fuga, seguiti
dalla fanteria.
Dopo
un’ora i Sovietici arrivarono al nostro campo.
I
primi ad entrare furono due motociclisti con il fucile a tracolla e gli occhialoni, si
fermarono in mezzo al piazzale e noi ci mettemmo tutti di fronte a
loro.
Un quarto di quelli arrivati nel settembre del 1943 non c’era più.
Uno
dei due russi urlò qualcosa, noi non capimmo, allora lui
urlò: ”Italiansk!”
“Italiani!
Italiani!” rispondemmo tutti assieme buttando in aria i berretti.
I
russi poi arrivarono a decine, e verso sera arrivò una cucina da
campo con del cibo.
Non
era proprio di nostro gradimento perché di sapore acido, ma ce lo
facemmo andar bene lo stesso.
I
sovietici si insediarono negli alloggi che erano stati dei tedeschi
ed iniziarono a schedarci tutti, ci volle quasi un mese. Alla
fine ognuno di noi aveva il proprio lasciapassare con i dati
personali, documento indispensabile per poter tornare a casa
attraverso le linee russe.
Una
mattina venimmo tutti radunati ed un interprete ci disse che eravamo
liberi di tornare in Italia, e che il campo doveva essere liberato
per mezzogiorno.
Io
ed altri quattro compagni di prigionia ci eravamo già preparati
accaparrandoci un carretto, delle pentole e delle coperte. A
piedi iniziammo il viaggio di ritorno, sarebbe durato un mese.
I
russi ci avevano rilasciato uno speciale lasciapassare da presentare
ad ogni loro posto di controllo che avessimo trovato lungo il nostro
cammino. E in più il lasciapassare ci dava diritto di andare nelle
fattorie tedesche e richiedere del cibo, compresa l’uccisione di
animali da cortile.
Il
primo giorno ci fermammo presso una bauernhof per pernottare nella
stalla, allora io chiesi al padrone di casa di poter mangiare
facendogli vedere il nostro documento redatto dai russi. Mi aspettavo
una reazione contraria, invece l’uomo fu contento di consegnarci
tre galline, la terza però mi disse che sarebbe stata per lui e la
moglie.
Accendemmo
un fuoco e cucinammo i pennuti dopo averli spennati ed eviscerati, e
nell’attesa che cuocessero mi intrattenni col padrone della
fattoria.
Lui
mi raccontò che i russi avevano emanato un decreto che impediva ai
contadini di uccidere qualsiasi animale delle fattorie, e quella era
l’occasione giusta per farlo e mangiare della carne, e che i suoi
due figli erano al fronte da due anni e non aveva più notizie di
loro da 10 mesi.
Dormimmo
nella stalla ed il mattino seguente mungemmo una mucca per berne il
latte.
Viaggiavamo
spediti, la voglia di tornare a casa era tanta e lungo le strade che
percorrevamo sempre verso sud incontravamo spesso villaggi e stazioni
bombardate e colonne di civili tedeschi in fuga.
Erano
donne, bambini ed anziani, la maggior parte viaggiava a piedi
spingendo un carrettino o una carrozzina con la propria roba dentro,
e qualcuno aveva una bicicletta stipata all’inverosimile.
Il
terzo giorno assistemmo ad una cosa impensabile che ci lasciò
sgomenti per giorni.
Eravamo
su di una collinetta all’ombra delle piante e sotto di noi passava
un’unica strada bianca
costeggiata da due fossati. Ad
un certo punto sentimmo un distinto fragore di grossi motori, era una
colonna di carri armati dell’Armata Rossa in avvicinamento. Erano
sulla strada ed andavano a tutta, sollevando un gran polverone.
I
profughi tedeschi non appena li sentirono si girarono tutti
all’indietro, la strada era piuttosto stretta e la colonna di carri
non diminuì la velocità.
Donne,
vecchi e bambini si prodigarono per scansare il pericolo e salvare le
cose che avevano con sé, ma ai lati della striscia bianca c’erano
i fossati pieni d’acqua.
I
carri raggiunsero le persone ed iniziarono a passargli sopra
schiacciandole, allora qualcuno si buttò in acqua con tutta la roba,
ma almeno metà di quella gente in fuga dalla guerra fu travolta e
miseramente uccisa senza pietà dai carri.
Passata
la colonna russa vedemmo che la strada bianca era diventata color
rosso sangue, perciò
scendemmo a vedere, e la scena che si presentò davanti a noi fu
raccapricciante: corpi
grandi e piccoli insanguinati e maciullati lastricavano la strada. Sangue,
crani fracassati e budella fumanti erano dappertutto.
Non
potemmo fare quasi nulla se non aiutare ad uscire dai fossati i
superstiti, poi proseguimmo.
Durante
la nostra marcia di avvicinamento attraversammo qualche fiume e
qualche torrente su dei ponti di barche, ma giunti al grande Danubio
pioveva da giorni ed il fiume era in piena.
Ponti
non ce n’erano, ma c’era un barcaiolo che di mestiere traghettava
persone e merci da una riva all’altra. Parlai
con lui e mi disse che se avesse smesso di piovere ci avrebbe portato
dall’altra parte.
Salimmo
tutti e cinque sul barcone assieme al nostro carretto, il barcaiolo
ci disse di stare seduti e di evitare movimenti, poi iniziò a
muovere l’imbarcazione tirando la grossa fune che era fissata alle
due sponde del Danubio. La
traversata mi sembrò eterna, e l’acqua limacciosa sfiorava i bordi
del barcone, pensai che se fossimo giunti di là senza affogare
sarebbe stato un miracolo, uno dei nostri iniziò a pregare.
Giungemmo
dall’altra parte sani e salvi ed entrammo in terra austriaca, alla
frontiera con l’Italia non mancava poi così tanto.
Nell’attraversare
l’Austria iniziammo ad avere problemi agli scarponi e di
conseguenza ai piedi.
Le
nostre calzature iniziarono a logorarsi, perciò ci fermammo in un
villaggio a cercare materiale per le riparazioni, ci volle tutto il
giorno, ma fu un bene perché così riuscimmo a riposare, la
vicinanza con il nostro paese ci aveva messo le ali ai piedi ma
eravamo ancora deboli.
Finalmente
entrammo in Italia, più precisamente in Carnia, alla frontiera
presentammo i nostri documenti ai soldati di guardia e ritornai a parlare la mia lingua.
Chiedemmo
indicazioni per prendere un treno e proseguimmo. Il
nostro avvicinamento a Belluno fu scandito da tratti di ferrovia,
tratti a piedi e tratti in corriera, il carrettino lo abbandonammo
con anche le pignatte, invece le coperte le tenemmo.
Arrivammo
a Belluno col treno e c’era il sole, era metà mattina e mi guardai
attorno, niente era cambiato dall’ultima volta che ci ero stato e
tutto mi sembrò bellissimo.
Noi
cinque, ancora soldati e ancora in divisa, eravamo tutti della
Valbelluna, ma di località diverse.
Fu così che ci salutammo e ci
abbracciammo, lasciammo le coperte sporche e logore in un angolo ed
ognuno percorse l’ultimo tratto di strada per conto suo.
Avevamo
percorso un migliaio di chilometri in 30 giorni, e io dovevo andare a
Villa di Limana.
Mi
dissero che il servizio delle corriere per Limana era sospeso, così
mi guardai attorno e vidi un conoscente che aveva una bicicletta da
corsa.
Mi
fiondai da lui, ci mise un poco a mettermi a fuoco, avevo la barba
lunga.
Ci
salutammo e gli raccontai sommariamente la mia vicenda di guerra e di
prigioniero, poi gli chiesi la bicicletta in prestito. Me
la diede volentieri, dicendomi di prestare attenzione perché era
senza freni.
Inforcai
la bicicletta ed iniziai a pedalare, attraversai Belluno e passai per
Porta Rugo, poi via verso casa. Oltrepassai
la Piave sul ponte della Vittoria ed arrivai a Visome, passai il
paese e mi avvicinai al ponte sul torrente Cicogna.
Stavo
pedalando velocemente quando mi accorsi di avere a pochi metri
davanti a me un dirupo.
La
bicicletta non aveva i freni e fui preso dalla paura, pensai in
fretta e fermai il mezzo stringendo forte la ruota davanti
con la mano destra, che rimase ferita.
I
bombardamenti aerei degli Alleati avevano centrato il ponte
distruggendolo, se non avessi frenato in quel modo sarei finito di
sotto e probabilmente sarei morto a tre chilometri da casa.
Andai
un poco più a valle e scesi la scarpata con la bicicletta in spalla,
poi guadai il torrente e risalii dall’altra parte. Rimontai in
sella e mi rimisi a pedalare.
Due
chilometri dopo raggiunsi l’abitato di Dussoi e lo attraversai,
erano le undici di mattina, era domenica e la piazza era vuota, la
gente era quasi tutta a messa e solo alcuni avventori del bar del
paese mi videro passare in direzione ovest, ma non mi riconobbero per
via della lunga barba.
Oltrepassai
la chiesa e la canonica ultimando un curvone verso sinistra poi
finalmente vidi casa mia all’orizzonte, con il grande prato
davanti.
Dopo
un breve rettilineo in discesa girai a destra e presi la strada
bianca che portava al “Col di Lana”.
Ancora cento metri e sarei
arrivato.
Mi
prese l’emozione e scesi dalla bicicletta.
Spingendo
il mezzo entrai nella nostra proprietà dal retro, e subito vidi che
il camino del casotto dove mia madre cucinava stava fumando. Per
non dare uno shock troppo grande a mia madre la chiamai per nome
rimanendo un poco distante.
“Teresa!
Teresa!” dissi forte.
La
piccola porta del casotto si aprì e dopo 5 anni rividi mia madre.
Mi
guardò senza riconoscermi allora io allargai le braccia, senza
parlare. Lei
si mise le mani sulle guance e poi pronunciò il mio nome: Francesco.
Si
mise a correre verso di me e mi raggiunse, poi mi buttò le braccia
al collo e mi baciò più volte, con le lacrime che le scendevano
lungo il viso. La abbracciai.
La
mia emozione era forte e lo fu ancor di più quando dalla nostra casa
uscirono mio padre Bepi e mio fratello Vittorio. Anche loro corsero
da me e mi abbracciarono, eravamo nuovamente tutti e quattro assieme
e la famiglia era finalmente riunita.
A
quel punto mia madre si asciugò il viso e mi disse che mi avrebbe
preparato il bagno, intanto lei avrebbe cucinato la polenta da
accompagnare al coniglio e alle patate.
Una
volta asciugato mi tagliai la barba davanti allo specchio,
riacquistai un aspetto civile e mi presentai a tavola. Fu solo allora
che i miei genitori e mio fratello videro quanto ero dimagrito.
Era
il 14 giugno del 1945.
Il
giorno dopo mi presentai al distretto militare vestito della mia
logora divisa, dove mi diedero una licenza di sessanta giorni.
Nell’agosto
dello stesso anno fui ricoverato per quindici giorni ma solo due anni
dopo, il 6
maggio 1947 mi arrivò la comunicazione che ero stato collocato in
congedo illimitato.
Avevo
26 anni e 6 mesi ed avevo passato gli ultimi sette anni con indosso
la divisa militare.
All’inizio
del 1950 mi arrivò una lettera dove c’era scritto che “Nessun
addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura
ed al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra”.
Meno
male.
Ai
primi di agosto del 1953 ricevetti una lettera dal distretto militare
di Belluno: mi dovevo recare lì per ritirare un documento a mio
nome.
Erano
passati alcuni anni dalla fine della guerra e credetti fosse una di
quelle solite scartoffie della burocrazia militare, comunque ci
andai.
Entrai
al distretto e trovai ad attendermi un ufficiale degli alpini ed un
maresciallo degli stessi.
Mi fecero accomodare in un ufficio ed il
maresciallo mi lesse un piccolo discorso, poi mi diedero un foglio
con scritto il mio nome e l’ufficiale mi appuntò una medaglia al
petto, quindi mi strinse la mano.
Uscii
dall’edificio con il documento tra le mani, mi fermai e lo lessi:
Il
Comandante Militare Territoriale di Padova
DETERMINA
È
concessa al Caporale in congedo
D’Isep
Francesco di Giuseppe c.l. 1920
la
CROCE AL MERITO DI GUERRA
per
internamento in Germania.
10
agosto 1953
Ero
conscio di non essere l’unico ad aver conseguito quel merito, ma
quella medaglia e quel documento erano la testimonianza di come anche
io, nel mio piccolo, avevo contribuito a liberare il mio paese dalle
dittature e ripristinare la democrazia.
Tornato
a casa misi tutto in un cassetto e continuai la mia vita.
Marino
D’Isèp © copyright Maggio 2024
Questa
storia di Francesco D’Isep, fratello di mio padre e conosciuto da
tutti col soprannome di “Chechi”, è autentica e mi è stata
raccontata dal protagonista, che andavo a trovare spesso, e proprio
durante una di queste visite, inaspettatamente, mi narrò i punti
salienti della sua vita di soldato durante la seconda guerra
mondiale.
Quando
mi raccontò di aver mangiato seduto a tavola nella cucina della
fattoria invitato dalla signora Hilde, si commosse, aveva 85 anni.
Ciao
zio “Chechi”, ti voglio bene, ovunque tu sia