RACCONTO
“ARCANGELINO”
Nacque prematuro ed in coda a sei fratelli.
Era così piccolo che la madre lo chiamò Arcangelino, così divenne per tutti Lino; quel diminutivo gli rimase anche quando all’età di sei anni colmò il ritardo di crescita con i bambini suoi coetanei.
Lino crebbe coccolato dai fratelli che lo ricolmavano di affetto e giochi, e dalla madre Gelsomina, che per lui non lesinava attenzioni e premure.
Il padre lavorava fuori sei giorni su sette, ad abbattere e trasportare alberi di montagna.
D’estate si portava uno dei figli a turno con sè, con l’intento di vedere se uno di quei figli fosse portato per il suo lavoro. Arcangelino però non lo volle mai portare in montagna, diceva che con il ritardo che aveva avuto non poteva essere adatto a quel duro lavoro.
Lino terminate le scuole dell’obbligo, su consiglio del fratello maggiore, si iscrisse ad un corso per elettricisti, conseguendo il diploma di tecnico specializzato. Per un paio d’anni lavorò col fratello in una azienda elettromeccanica, poi gli venne l’idea di lavorare per suo conto ed aprire una ditta di manutenzione e riparazione di prodotti elettrici, subito dopo il servizio militare. Trovò un piccolo capannone che faceva al caso suo, macchinari di seconda mano rigenerati ed un furgoncino bianco, quello che gli mancava erano i soldi per realizzare il suo sogno. A venirgli incontro fu un suo ex compagno di corso per elettricisti: Paolo.
Fatti bene i conti avevano il cinquanta per cento dei fondi necessari, al resto pensò Paolo che aveva delle conoscenze. Lino non fece tante domande, voleva raggiungere il suo obiettivo ed accettò il prestito privato da un signore che tutti chiamavano “Trivella”, perché aveva lavorato sulle piattaforme petrolifere ed accumulato una discreta fortuna investendo i suoi denari in petrolio.
L’attività, che i due soci chiamarono “La moderna”, iniziò bene, anche perché i loro prezzi erano veramente concorrenziali. Lino stava in sede a riparare elettroutensili e Paolo girava col furgoncino per rispondere alle chiamate dei clienti che avevano bisogno di assistenza sul posto.
Per circa un anno le cose andarono bene, poi però Lino si accorse che i conti non tornavano: c’era un grosso ammanco di denaro sul conto dove i due soci facevano confluire i proventi del loro comune lavoro.
Aspettò il rientro di Paolo per chiedergli delle spiegazioni ma il socio non si fece vedere. Andò a casa sua ma nemmeno lì c'era, la madre disse che non lo vedeva da ore. Il giorno dopo lo aspettò al lavoro invano, ed anche il furgoncino non era rientrato.
Non sapeva cosa pensare, poteva avere avuto un incidente, ma quell’ammanco di denaro era molto sospetto, così andò al bar che Paolo frequentava. Una volta entrato chiese al barista se avesse visto il suo socio. “Scusi, ha mica visto Paolo? Quello che lavora con me e che guida un furgoncino bianco”.
“Paolo? Se si sbriga lo potrà trovare alla frontiera con la Svizzera, lì ha dei parenti, mi ha detto che era appena stato al Casinò ed aveva perso tutti i soldi che si era portato appresso”. “Come?” disse Lino con gli occhi sbarrati.
“Paolo era ubriaco quando me lo ha detto, ma è una cosa plausibile, e poi non sarebbe la prima volta che si gioca tutto al Casinò e fugge in Svizzera. I suoi genitori finora lo hanno sempre coperto, ma stavolta non so se ce la faranno”.
“Oh porca vacca!!” disse Lino mettendosi le mani in testa “E adesso?”. Uscì dal bar con passo svelto, doveva consegnare un grosso utensile elettrico entro sera, pur non avendo il furgoncino.
Lino venne poi a sapere che Paolo aveva il vizio del gioco, aveva prelevato quasi tutti i soldi depositati sul loro conto e li aveva persi tutti giocando alla roulette, lasciandolo sul lastrico.
Ben presto la sua attività iniziò a scricchiolare, non riusciva più a star dietro al suo lavoro ed a quello esterno di Paolo. I clienti iniziarono ad andarsene e “Trivella” vedendo che i suoi soldi gli venivano restituiti col contagocce rispetto a prima, ingaggiò un energumeno e con lui appresso fece visita a Lino, facendogli capire che se non iniziava nuovamente a restituirgli con regolarità i soldi prestati sarebbe passato alle maniere forti. Una volta rimasto solo Lino guardò sconsolato il suo modesto ma efficiente capannone, poi chiuse il portone con un lucchetto e si avviò verso casa.
“Mamma, fammi la valigia per favore, devo fare un viaggio, ho fretta”. “Ma dove devi andare figlio mio?” chiese la donna. “Devo andare in Francia per lavoro, è una cosa urgente, mi pagano bene”.
“Oh Signore!” disse la madre allargando le braccia.
Lino andò alla stazione con un taxi, ed arrivato davanti allo sportello della biglietteria chiese un biglietto per Genova. Lo rigirò tra le dita e lo osservò per bene, quindi si diresse ai binari, il dado era tratto. A Genova scese dal treno e si diresse subito al porto, cercando il molo da dove partivano i traghetti per la Corsica. Acquistò un tagliando di sola andata e si sedette ad aspettare l’attracco dell’imbarcazione che lo avrebbe portato nell’isola che aveva visto nascere Napoleone Bonaparte.
Sbarcò a Bastia e raggiunse poi la cittadina di Calvi, la sua idea era quella di arruolarsi nella Legione francese per sfuggire ai creditori. Il servizio militare lo aveva fatto da meno di un anno e pensava che riabituarsi alla vita di caserma non sarebbe stato così difficile.
Individuò subito la sede e chiese ad un guardia in divisa di poter parlare con qualcuno, la guardia non capì una parola ma vedendo la valigia immaginò cosa Lino volesse fare, così tirò un cordino e dall’altra parte del portone chiuso si udì un suono di campanella. Dal grande portone si aprì una porta più piccola e Lino venne invitato ad entrare da un militare, che lo scortò all’ufficio reclutamento indicandogli poi una panchina.
“Entrez!” sentì di lì a poco. Lino varcò la soglia dell’ufficio, trovandosi davanti un ufficiale con numerose medaglie sul petto, seduto dietro ad una scrivania.
“Parlez vous français?”.
“Ma io veramente…”
“Ho capito, sei italiano e non parli francese, ma non è un problema, lo imparerai”. “Per prima cosa” disse l’ufficiale “La ferma nella Legione è di tre anni minimo. Sei disposto a rimanere tre anni?”.
“Si, mi va bene” rispose Lino.
“Però prima devi passare la visita medica, se non sei a posto non ti prenderemo. Qui siamo paracadutisti, un corpo d’élite” disse indicando con un dito uno stemma che era appeso sulla sua giacca. “Ora vai a fare la visita, segui quel soldato con i baffi, ti accompagnerà lui dal nostro medico”.
Lino lasciò la valigia fuori dell’ufficio e seguendo il soldato indicatogli entrò nel gabinetto medico.
“Ah, un altro italiano!” disse il medico, un uomo alto e segaligno con i capelli radi e bianchi e la “erre” alla francese. “Non ti preoccupare, se hai qualcosa che non va lo scoprirò, perciò ti conviene essere sincero con me, n’est pas mon ami?”
Lino passò la visita a pieni voti, del resto era giovane, robusto e sano.
A quel punto venne rinviato all’ufficio reclutamento, dove ritrovò l’ufficiale medagliato.
“Giovane, questo è il tuo contratto triennale, se lo firmi, per tre anni sarai nostro” disse il militare con un foglio tra le mani “E potrai firmarlo con il nome che più ti piace, qui non chiediamo le generalità a nessuno” poi mise il foglio sulla scrivania e porse una penna all’aspirante legionario. Lino firmò il foglio col nome di “Dino Rossi”, quel nome che aveva scelto, in fondo, era quasi identico al suo. “Bene, Dino Rossi, ora andrai a prendere possesso di una branda, il caporale di giornata te ne assegnerà una e ti spiegherà il regolamento, vai!”.
Dino si mise sull’attenti, si girò, ed uscì a riprendersi la valigia.
Venne accompagnato in una camerata all’interno di una capiente palazzina, non c’era nessuno, erano tutti fuori per esercitazioni. Posò la valigia sulla branda indicatagli dal caporale e la aprì, sistemando le sue cose dentro un armadietto che stava a fianco del letto. Una volta terminato fu portato al magazzino vestizione: tra le mani aveva un carrello della spesa e mano a mano che passava davanti a dei banconi gli veniva dato l’abbigliamento necessario. Arrivato davanti al banco degli scarponi ne provò tre paia, per essere sicuro di non avere problemi ai piedi durante le marce.
Tornò alla camerata e tentò di mettere il vestiario appena ricevuto nell’armadietto, ma capì subito che non ci stava. Dovette quindi buttare un bel po’ dei suoi vestiti civili. Venne l’ora del rancio ed una tromba richiamò i legionari alla mensa. Lino sapeva già come funzionava la cosa ed accorse dove tutti gli altri si stavano recando. Una volta messosi in fila tutti lo guardarono; che era uno nuovo si vedeva dalla divisa con le pieghe, appena uscita dal magazzino.
Passò davanti alla distribuzione pasti e gli misero nel vassoio, che aveva preso poco prima, un pezzo di carne e due tipi di verdure, quindi andò a sedersi ad un tavolo defilato, per non portare via il posto a nessuno. Mentre mangiava si guardava attorno, nessuno si era seduto vicino a lui, ma tutti lo guardavano e confabulavano.
Poco dopo si avvicinò a lui un soldato piccoletto con dei foglietti in mano e lo scrutò per bene, quindi chiese a Lino: “Espagnol?” Lino scosse la testa. “Portugues?” Lino scosse nuovamente la testa. “Allora italiano!” disse il piccoletto. Alla confermazione di Lino il piccoletto alzò la mano che teneva i foglietti e disse agli altri: “Il est italien! “
Una parte dei militari esultò, avevano indovinato la nazionalità di Lino ed avevano vinto la scommessa. Il piccoletto andò da loro e gli diede i proventi della vincita. Lino scoprì poi che ogni volta che arrivava uno nuovo gli altri scommettevano, per soldi, sulla sua provenienza. Ripose il vassoio dove lo mettevano gli altri ed uscì dal refettorio.
Fu subito avvicinato da due legionari che gli chiesero una sigaretta, Lino non fumava. I due gli chiesero di dove fosse e lui rispose che era veneto di montagna. “Allora sei nel posto sbagliato, mon ami, di montagne ne vedrai molto poche, più che altro pianure e savane, foreste e deserti”. “Ci farò il callo” disse lui. A quella affermazione i due risero e se ne andarono, confabulando in una lingua incomprensibile a Lino. Poco dopo arrivò da lui un altro legionario in divisa color kaki.
“Sei veneto?” Lino annuì. “Mi son da Treviso, me ciamo Baldo”. “Mi son Dino, piacere”.
Baldo aveva qualche anno più di Lino e la sua divisa era un poco logora. “Ascolta Baldo, come funziona qua la cosa? E’come da noi il militare?”
“Scolta ciò, Il militare da noi è una cosa, qui si fa sul serio e quando c’è da sparare si spara, ed anche il nemico spara. Se sei furbo e fortunato porti a casa la pelle, se sei scemo e sfortunato ci lasci le penne, e devi anche stare attento a certi tipacci che girano qui in caserma, dei gran figli di puttana che se ti vedono impaurito ne approfittano. Mi sono spiegato?” “Ho capito Baldo, grazie del consiglio” disse Lino”.
Nel pomeriggio fu subito aggregato agli altri, non prima di essere stato messo alla prova da un sergente, che gli impartì tutti gli ordini convenzionali uno dietro l’altro. Lino se la cavò egregiamente. Gli fu anche assegnato un fucile semiautomatico in dotazione alla legione, un’arma moderna ed efficiente di fabbricazione francese, che poi venne riposta sotto chiave nell’armeria della caserma. La sera il rancio venne servito alle sei, poi tutti liberi.
Qualcuno si ritirava in branda, ma la maggior parte andava allo spaccio: un grande bar alla buona dove gli alcolici costavano poco, Lino ci andò con Baldo.
In mezzo alla calca Baldo parlò: “Qui ci sono uomini che arrivano da tutta Europa e sentirai parlare molte lingue, però la lingua ufficiale della Legione è il francese, vedi di impararlo in fretta, e poi stai attento a quelli dell’est, quelli giocano d’azzardo e bevono e poi litigano con i coltelli, stagli alla larga”. Il veneto di montagna offrì da bere al veneto di pianura, poi andarono ognuno nella propria branda a dormire.
Dal giorno dopo, e per tre mesi, Lino venne sottoposto ad un duro addestramento ed avviato all’uso del fucile semiautomatico, oltre alla mitragliatrice pesante e lanci di bombe a mano. Imparò a calarsi con l’uso di una corda da un elicottero, ed a scalare pareti di roccia senza nessuna sicurezza, e venne fatto lanciare più volte nel vuoto col paracadute. In pratica Lino diventò veramente “Dino”: un legionario in tutto e per tutto. Ora mancava solamente il battesimo del fuoco.
Erano le tre del mattino di una estate torrida quando risuonò l’allarme in tutta la caserma. Il regolamento diceva che tutti i legionari si dovevano presentare entro cinque minuti nella piazza d’armi in divisa da combattimento e con lo zaino affardellato. Tutti gli uomini color kaki si misero sull’attenti ad un preciso ordine del comandante, che gli ordinò di andare in armeria a prelevare il proprio fucile in fila indiana. Lino prese la sua arma dalle mani di un armiere assieme a quattro caricatori, che mise subito nella giberna, poi tornò nel piazzale in attesa di ulteriori ordini. Poco più avanti a lui c’era Baldo, che si girò e gli disse: ”Ci siamo!”.
Salirono tutti sui capienti cassoni dei camion che la caserma aveva in dotazione, i teli nascondevano i soldati alla vista dei civili durante il tragitto. Arrivati all’aeroporto militare scesero tutti e trecento dai cassoni e si imbarcarono nella pancia di quattro grossi aerei militari. Il rumore dei velivoli era assordante ed i più esperti si misero dei tappi alle orecchie. Baldo diede a Lino del cotone quando ancora erano nel camion, dicendogli: ”Dopo capirai”.
Ci vollero alcune ore per arrivare a destinazione, e gli aerei non avevano oblò, perciò nessuno dei militari a bordo poteva supporre il luogo dell’atterraggio. I velivoli toccarono bruscamente terra e gli occupanti sobbalzarono. Una volta fermi gli addetti aprirono i portelloni di carico e gli uomini scesero in fretta: indosso avevano la divisa kaki, le giberne, una borraccia, un berretto parasole, un pesante zaino sulla schiena ed il fucile semiautomatico in spalla. I sottufficiali fecero schierare i legionari, mentre dagli aerei scaricavano l’occorrente per stare accampati all’aperto. I mezzi di trasporto aerei decollarono, sollevando una nube di polvere rossa e costringendo gli uomini schierati a voltarsi per ripararsi il viso. Poi il comandante parlò: ”Legionari! Siamo stati chiamati ad una missione! E noi la porteremo a termine! Sono stato chiaro?”. “Signorsì Signore!” fu la risposta dei trecento uomini. Una volta udito il “Rompete le righe!”, Lino andò subito a cercare Baldo.
“Baldo, allora ci siamo, avrò il battesimo del fuoco…” “Ne puoi stare certo, siamo in ballo e balleremo. Domani finiranno di darci la dotazione e poi partiremo per la destinazione assegnata”. “Si ma…dove siamo?” “Siamo in Africa bello! Guardati attorno: savana, macchie di vegetazione, terra rossa… Domani vedrai anche degli indigeni. Hai mai visto uomini e donne neri?” “No, mai…” “Beh, vedrai che ci farai l’abitudine. Il brutto è che di notte non si notano”.
Lino Incominciò a capire.
Passò la notte all’interno di una tenda sotto ad un cielo stellato assieme ad altri tre legionari, tra cui l’amico Baldo. Lasciarono l’entrata della tenda mezza aperta perché la puzza di piedi si faceva sentire parecchio, e Lino si ficcò nuovamente il cotone nelle orecchie perché un ciccione Polacco di nome Vinasky russava forte. La mattina dopo si lavarono il viso con l’acqua di un pozzo, poi fecero colazione con gallette e latte di capra sotto a dei grandi alberi, il cui fogliame garantiva un riparo dal sole africano.
Tutti in fila i trecento uomini ricevettero quattro bombe a mano ciascuno ed un sacchetto di viveri in scatola bastevole per due giorni e del nylon, per avvolgere i fucili dopo averli puliti ed oliati. A mezzogiorno in punto venne servito il rancio, consistente in carne di capra cucinata sulla brace e del pane croccante a pasta sottile, quest’ultimo preparato da delle donne nere del posto in un apposito forno. Baldo aveva ragione, alla vista di quelle donne con la pelle nera Lino rimase a bocca aperta e ripensò alle parole dell’amico.
Alle tre del pomeriggio arrivarono una dozzina di camion militari e tutti gli uomini vi salirono. La strada altro non era che una pista di terra rossa, ed i camion sollevarono tanta di quella polvere da costringere gli uomini a ripararsi naso e bocca con dei fazzoletti. Giunti a destinazione Lino si ritrovò nel bel mezzo di un villaggio di capanne abitato, perciò chiese a Baldo spiegazioni. L’amico gli rispose che quello era un villaggio sicuro, altrimenti non si sarebbero fermati lì. Anche quella sera il menù fu a base di carne di capra e pane croccante, stavolta però niente tenda, Lino dormì sotto le stelle. Al mattino gli uomini vennero divisi in plotoni da cinquanta uomini, gli obiettivi erano più di uno e Lino venne separato da Baldo. Il comandante del suo plotone era un ufficiale alto e magro, e nella Legione veniva definito un tipo bislacco e un poco strambo. Lino se ne sarebbe accorto.
L’ alto ufficiale dopo che i suoi soldati ebbero fatto colazione fece chiamare Lino ed il ciccione polacco Vinasky, quello che di notte russava. I due si guardarono e si misero sull’attenti dentro la tenda del colonnello, che era l’unico ad averne una.
“Sentite” disse alzandosi da una sedia. “Voi due siete i migliori tiratori che ho nel mio plotone, lo dicono i vostri cartellini, perciò ho bisogno che stanotte andiate presso un accampamento di ribelli e uccidiate il loro capo. E’ una cosa della massima importanza e conto su di voi. Dovrete andare da soli e portare a termine la missione. Voglio la prova del vostro successo. Vi verranno date delle mappe e tutte le coordinate. Andate”. Lino ed il polacco ricevettero le mappe, poi gli venne spiegato come arrivare all’accampamento dei ribelli. I due si parlarono in francese e venne fuori che il polacco era già stato in missione sia diurna che notturna, perciò Lino si sarebbe attaccato a lui per tutto il tempo.
Camminarono per tutto il giorno sotto al sole, senza zaino, col fucile, un binocolo, e due borracce a testa, quindi si fermarono ad aspettare l’oscurità. A quel punto il villaggio distava un paio di chilometri, proprio dietro ad una collina, e fu proprio in cima a quel rilievo che Lino e Vinasky, che nonostante la sua mole si muoveva come un gatto, osservarono i fuochi accesi nel villaggio, individuando col binocolo le sentinelle dei ribelli. Era notte fonda, una notte senza luna, la notte ideale per compiere un’azione di toccata e fuga. Il polacco aveva fegato e decise di andare avanti per primo, Lino gli avrebbe coperto le spalle seguendolo ad una cinquantina di metri. Prima di lasciarlo andare Lino fissò sulla schiena del polacco un catarifrangente bianco, in maniera da distinguerlo e non sparargli per sbaglio. Vinasky avanzava lentamente nell’erba secca, Lino lo teneva sotto tiro mentre anche lui avanzava a debita distanza. Si stavano avvicinando al villaggio, il polacco aveva trovato un percorso relativamente sicuro per arrivare alla capanna del capo quando d’improvviso Lino non vide più il catarifrangente bianco sulla schiena di Vinasky.
Lino non ci pensò due volte e tirò ripetutamente il grilletto.
Gli spari si udirono forte nella notte, le sentinelle iniziarono a sparare in tutte le direzioni ed il polacco raggiunse Lino. I due corsero a più non posso, risalirono la collina di appostamento e si buttarono di sotto a rotta di collo, inseguiti dagli spari dei ribelli. Sulle mappe che avevano studiato c’era segnato un fiume poco distante, si diressero lì orientandosi con le stelle. Raggiunto il corso d’acqua si buttarono dentro, non prima di avere gettato i fucili nel fiume. La corrente li portò a valle, sfuggendo così ai loro inseguitori. Si tirarono fuori aggrappandosi a dei rami sporgenti e Lino poté vedere, alle prime luci dell’alba, la ferita che il polacco aveva sulla scapola destra: dei profondi graffi di animale. “Cos’era?” chiese Lino. “Probabilmente una Jena” disse il Polacco. Lino pulì la ferita e la coprì con un pezzo della divisa lacera del polacco, poi orientandosi col sole tornarono faticosamente indietro.
Arrivarono al loro accampamento che Lino sorreggeva a fatica Vinasky, immediatamente uscì il comandante. “Allora? Dov’è la prova?” Chiese loro l'ufficiale senza nemmeno curarsi del loro evidente stato. “E’ al villaggio ribelle, se la vada a prendere, Signore” rispose Lino a voce alta.
Lino passò tre anni nella Legione e guadagnò abbastanza denaro per ripagare i debiti della sua attività fallita. Rimise in piedi la ditta da solo, si trovò una fidanzata, si sposò ed ebbe un figlio.
Né alla moglie né al figlio parlò mai della sua esperienza con la Legione, e a chi gli chiedeva dove era stato per tre anni rispondeva che era stato in Africa a fare l’elettricista in un cantiere della Liberia, e che quella zanna di elefante lavorata a mano che stava sopra la credenza di casa sua proveniva proprio da lì.
Manca poco a Natale e mi sento suonare
chiedo a mia moglie se aspetta qualcuno
Apro la porta e vedo un maturo grassone Polacco
grande Sorpresa mi porge un pacco:
"E' un dolce delle feste lo ha fatto mia moglie
in questi anni ha avuto tre doglie
Tre figlie bionde mi sono arrivate
ma senza di te... non sarebbero mai nate".
Marino D'Isèp © copyright Aprile 2024
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