RACCONTO
“La canaglia di nonno Bepi’ ”
Quando nacqui ero appena stato preceduto di cinque minuti da mio fratello, perciò di noi gemelli io ero il secondo nato. Tutta la famiglia fece festa e non solo: nel comune dove la mia famiglia risiedeva, da anni non si verificava un parto gemellare e l’avvenimento fu accolto con gioia. Da parte di mia madre avevamo una nonna vedova di nome Giacomina, da parte di mio padre avevamo entrambi i nonni, che si chiamavano Teresa e Giuseppe, detto Bepi. Le nonne non si intromisero nelle decisioni dei miei genitori, il nonno invece chiamò il figlio presso la sua abitazione, e con un discorso pacato ma che non ammetteva repliche chiese al nostro papà che uno dei due gemelli fosse chiamato con il suo stesso nome. Fu così che il mio gemello fu battezzato con il nome di nonno Giuseppe. Mia madre allora volle battezzarmi col nome del suo defunto padre, quindi io fui chiamato Marino.
Entrambe le nostre sorelle, ben più grandi di noi, ci mettevano nel passeggino biposto e regolarmente ci portavano a trovare il nonno, che abitava poco distante. Il nonno a casa sua era un comandante e disponeva della moglie e della nuora, che abitava con lui assieme al marito, quasi a suo piacimento. Bepi era un uomo molto alto e robusto ed aveva, nonostante gli occhi celesti, uno sguardo penetrante al quale era impossibile replicare, perciò ogni volta che andavamo a trovarlo, seduto sulla sua poltrona, faceva scattare moglie e nuora e ci faceva portare una bibita e dei biscotti. Quando eravamo un poco più cresciuti ci faceva sedere sulle sue cosce ed iniziava un movimento ondulatorio delle gambe, cantando nel contempo una divertente canzone da lui inventata, e sbattendoci controllatamente uno contro l’altro. Noi due ci divertivamo ogni volta un sacco, anche perché mentre cantava ed oscillava ci faceva il solletico con le mani. Andavamo volentieri dal nonno, visto il divertimento e la bibita coi biscotti assicurati, ma un giorno che ormai avevamo iniziato la prima elementare accadde una cosa. Eravamo nel suo solito salottino, lui era seduto come sua abitudine sulla sua poltrona, in fianco a lui il solito tavolo e la solita vetrinetta. Ad un certo punto ci disse:” Bambini, andiamo un po’ fuori che vi faccio vedere i tacchini appena arrivati!”. Noi uscimmo e lui ci seguì, ma appena fuori ci disse che doveva tornare un attimo indietro e di aspettarlo sulla soglia. Poi arrivò ed andammo a vedere gli animali da cortile che a casa sua non mancavano, quindi il nonno ci esortò a rientrare. Io e mio fratello entrammo in casa, percorremmo il corridoio che portava al salottino e trovammo la porta accostata. “Entrate, entrate bambini!”. Spingemmo la porta contemporaneamente. Come la porta si aprì io e mio fratello vedemmo che sul tavolo, posto in fondo al salottino, c’era un cioccolatino incartato di rosso. Immediatamente scattai in avanti tagliando la strada a mio fratello, che reagì appena dopo di me. Raggiunsi il cioccolatino, me ne appropriai, lo scartai e lo misi subito in bocca. Il mio gemello rimase a bocca asciutta. “E io?” disse lui guardando il nonno. “Un momento bello, aspetta aspetta, ora vedo se ne ho ancora” rispose lui. Aprì quindi la vetrinetta e disse: ”Guarda! Ne ho ancora uno! Ecco! Tieni!”. Mio fratello prese il cioccolatino e lo divorò. Nostro nonno Bepi intanto rideva.
Cinquanta anni dopo questo episodio fece capolino nella mia memoria, e ricordai esattamente il momento nel quale vidi il cioccolatino. Ripensai alla cosa e capii che non era stata casuale. Il nonno ci aveva fatto uscire con una scusa e poi era rientrato per piazzare l’esca sul tavolo, per dopo vedere quale dei due nipoti era il più svelto. Quella non fu altro che la “furbata” di una persona d’altri tempi, che per avere la controprova la ripeté, con una caramella, a distanza di qualche giorno.
Dopo quegli episodi mio nonno Bepi iniziò a dirmi, sorridendo, che io ero la sua “canaglia”.
Marino D’Isèp © copyright Maggio 2025