Racconto
“Ahi ahi, Serafino”
Maurizio e Giacomo, i due gemelli, attraversarono la strada e presero la stradina che portava alla casa del nonno Giuseppe e della nonna Tullia.
Nel percorrere i duecento metri di strada bianca presero a calci i sassi di media grandezza che trovarono lungo il tragitto, col risultato di sporcare di polvere bianca le scarpe.
Quando la nonna aprì loro la porta si accorse subito che non era il caso di farli entrare in quelle condizioni e fece levare loro le calzature.
“Ciao nonna, c’è il nonno?” dissero i gemelli.
Tullia sorrise, aveva già capito: “Si che c’è il nonno, sta aggiustando un rastrello di legno, andate da lui”.
I due ragazzini sapevano già dove andare, il laboratorio del nonno era giusto a pochi metri dall’abitazione.
Aprirono la porta e chiamarono: “Nonno! Siamo noi! Siamo qui!”
Giuseppe si voltò in direzione della porta, era al suo banco da lavoro col rastrello chiuso nella morsa.
“Ciao ragazzi! Siete venuti ad aiutarmi? Avevo proprio bisogno di una mano…”
“Ma noi veramente nonno eravamo venuti per un’altra cosa” dissero i gemelli.
“Ahh, adesso ho capito” fece Giuseppe con un’aria seria “Voi siete qui per spaccare un po’ di legna con l’ascia, bravi!”
Maurizio e Giacomo si guardarono interdetti ma non osarono replicare.
“Venite con me! Ad uno darò l’ascia ed all’altro un po’ di ceppi da spaccare”.
I due seguirono il nonno fino ad un grande armadio, l’uomo aprì l’anta di destra e tirò fuori un vasetto di vetro contenente degli acini di uva bianca.
“Ragazzi, questa è uva bianca con la grappa, questa fa resuscitare anche i morti”
poi fece l’occhiolino e prese tre cucchiaini.
“Non più di due acini per ciascuno, altrimenti a casa non riuscirete a tornare, intanto sedetevi sugli sgabelli”.
I due ragazzini rimasero sorpresi dalla bontà di quell’uva, anche se al primo impatto gli veniva da tossire a causa della grappa a quaranta gradi, che il nonno produceva con la frutta del suo podere.
“Nonno” disse Maurizio masticando “Noi siamo qui per sentire la storia del maiale Serafino”.
“Serafino?” chiese Giuseppe con l’aria di chi non ricorda.
“Si nonno” disse Giacomo “Serafino con l’orecchio a sventola”.
“Ahh...quel Serafino! Ma certo, ora mi ricordo!” disse il nonno ridendo sotto i baffi.
“Allora, dovete sapere che nel 1904 mio padre vendette una vacca, che noi chiamavamo “Befana”, e che mi aveva quasi fatto annegare nella Piave, ed al suo posto alla nostra fattoria arrivò un maiale molto grosso con un orecchio a sventola.
Fu proprio a causa di quell’orecchio a sventola, il sinistro, che lo chiamammo Serafino, come il nostro prete di allora, che anche lui aveva l’orecchio sinistro a sventola ed era bello grosso.
Serafino era nato “struscio”, cioè sottopeso, e perciò più piccolo degli altri maialini, e non pensavano che potesse sopravvivere, invece ad un certo punto sorprese tutti ed iniziò ad ingrassare, ma non abbastanza per essere utilizzato nel mese di dicembre per fare i salami. Così passò indenne l’inverno ed ingrassò ancora ed ancora, finché mio padre lo comprò e lo portò da noi.
Serafino si dimostrò subito un animale intelligente, non gli andava di stare dentro il casotto che mio padre gli aveva preparato ed a forza di forti grugniti riuscì a farsi liberare.
Vagava per tutto il podere, mangiando tutto ciò che trovava, per le pannocchie non fu un problema perché erano ormai alte, ma per le patate il problema ci fu eccome, tanto che dovemmo sbarrare l’accesso al campo.
Tutta la frutta a terra era sua, ed anche le numerose ghiande che le querce lasciavano cadere, e poi degli zuccotti che avevamo seminato apposta, ed anche il siero della latteria che portavamo a casa ogni sera, e pure l’erba si mangiava.
Noi fratelli approfittavamo di lui per giocare e spesso gli salivamo in groppa anche in due come fosse stato un cavallo, Serafino non faceva una piega e quando era stufo grugniva forte e noi scendevamo.
Anche quell’inverno Serafino se la cavò, sarebbe stato pronto, ma mio padre prese un lavoro molto impegnativo per la contessa Dalla Corte e non ebbe il tempo di dedicarsi ai salami.
Venne la Quaresima ed il prete del paese, don Serafino, iniziò a visitare le case per la consueta benedizione.
Don Serafino non era molto alto, avrà avuto una quarantina d’anni ed era parecchio grosso, tant’è che la gente diceva che prima arrivava la sua pancia e dopo mezz’ora arrivava lui.
Inoltre l’orecchio sinistro a sventola gli faceva stare gli occhiali di metallo tutti storti, ed i ragazzini ogni volta che appariva si mettevano a ridere, ma con ritegno.
Tra i due Serafini non correva buon sangue, infatti l’anno prima il nostro maiale che ancora non era arrivato da noi, aveva morso il prete ad una caviglia, dopo che il prelato lo aveva allontanato con una scarpata.
Eravamo tutti o quasi nella nostra aia, tranne mio padre che stava nel laboratorio, quando ad un certo punto da dietro l’angolo della nostra casa, vedemmo spuntare una grossa pancia nera: era la pancia di don Serafino, che la seguiva vestito di una tonaca nera,
un cappello dello stesso colore ed un aspersorio che gli sbucava da una tasca, dietro di lui c’era un ragazzo del paese che era in “odore” di seminario, con una cesta per le offerte tra le mani.
Il prete si fermò in mezzo all’aia e pronunciò le solite parole ad alta voce:
”Sia lodato Gesù Cristo”. “Sempre sia lodato” rispondemmo tutti in coro.
A quel punto uscì anche mio padre, che salutò: “Buongiorno don Serafino”.
“Buongiorno a lei” rispose il prete.
Il nostro maiale sentendo il suo nome uscì da un cespuglio, memore della scarpata presa guardò con occhio luciferino il suo omonimo e si precipitò verso il prelato grugnendo forte.
Don Serafino ebbe paura ed iniziò a gridare:”Fermatelo! Fermatelo!”
Ci buttammo addosso al nostro Serafino in quattro: chi lo teneva per le orecchie, chi lo teneva per le zampe, chi lo teneva per la coda, chi ci salì sopra.
Non ci fu niente da fare, Serafino era lanciato come un caterpillar, si liberò di noi ragazzi uno alla volta, quindi proseguì la sua corsa.
Mio padre era l’ultimo baluardo e fece il possibile: si mise ad aspettarlo a gambe e braccia larghe, ma Serafino si infilò sotto di lui e lo fece volare per aria.
Arrivato dal prete gli morse la tonaca ed iniziò a tirare, don Serafino tentò di opporre resistenza ma la lotta era impari, il Serafino animale iniziò a trascinare il Serafino umano verso il bosco. Mio padre si alzò e prese per un braccio il prelato: “Aiutatemi!” ci disse.
Andammo tutti a tirare ma il risultato non fu quello che ci aspettavamo: ad un certo punto
si sentì un forte “Craaaaaak”, la tonaca aveva ceduto di schianto e don Serafino si ritrovò con quasi tutta la parte sinistra del suo abito strappata via.
Purtroppo per lui non indossava i pantaloni ma dei lunghi mutandoni di lana, vi potete immaginare le risate di tutti noi fratelli e di mio padre, mia madre invece, che aveva visto tutto stando in disparte, si mise le mani nei capelli.
“E adesso che faccio? Come posso andare a benedire le prossime case conciato così?
Me lo dite?” disse il prete.
“Un momento, un momento” disse mia madre “Le cucio io la tonaca, non ci metterò molto, lei intanto benedica la nostra casa”.
“Va bene, va bene, però tenetemi lontano quel porco di un maiale!” disse don Serafino indicandolo con il dito indice.
“Il prete benedì la casa, mia madre cucì la tonaca, mio padre fece un’offerta generosa per riparare l’offesa e tutto riprese come prima, con il maiale Serafino protagonista dei nostri giochi”.
“Ma nonno, Serafino come morì? Tuo papà fece i salami?”
“No ragazzi, niente salami, un giorno non lo trovammo più, forse si era stufato di stare con noi e se ne era andato, io so che da quel giorno non lo vedemmo mai più”.
Arrivò Tullia: “Ragazzi vi ho fatto il the, andate in casa, forza”.
Rimasti soli la donna chiese al marito cosa aveva raccontato ai ragazzi, una volta saputo gli chiese se gli aveva raccontato proprio tutto.
“Ma no Tullia, la parte riguardante don Serafino no, ci mancherebbe, sono ancora piccoli per certe storie. Una cosa però mi piacerebbe saperla”.
“Cosa?”
“Vorrei sapere che fine ha fatto la donna che allora ebbe il figlio dal prete, ed anche dov’è ora il figlio, che era nato con l’orecchio sinistro a sventola”.
“Chi lo sa, Giuseppe, ma la peggio toccò a don Serafino, che una volta svergognato salì sul campanile e si buttò di sotto, con la gente che per giorni andò a vedere il cratere che la sua caduta aveva formato nel prato”.
“Mio padre” disse Giuseppe “Diceva sempre che non bisogna mai mettere la paglia vicino al fuoco, perché brucia… Hai preparato del the anche per me?”.
Marino D’Isèp © copyright Settembre 2023
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