sabato 30 settembre 2023

Racconto: AHI AHI SERAFINO

 

Racconto



Ahi ahi, Serafino”



Maurizio e Giacomo, i due gemelli, attraversarono la strada e presero la stradina che portava alla casa del nonno Giuseppe e della nonna Tullia.

Nel percorrere i duecento metri di strada bianca presero a calci i sassi di media grandezza che trovarono lungo il tragitto, col risultato di sporcare di polvere bianca le scarpe.

Quando la nonna aprì loro la porta si accorse subito che non era il caso di farli entrare in quelle condizioni e fece levare loro le calzature.

Ciao nonna, c’è il nonno?” dissero i gemelli.

Tullia sorrise, aveva già capito: “Si che c’è il nonno, sta aggiustando un rastrello di legno, andate da lui”.

I due ragazzini sapevano già dove andare, il laboratorio del nonno era giusto a pochi metri dall’abitazione.

Aprirono la porta e chiamarono: “Nonno! Siamo noi! Siamo qui!”

Giuseppe si voltò in direzione della porta, era al suo banco da lavoro col rastrello chiuso nella morsa.

Ciao ragazzi! Siete venuti ad aiutarmi? Avevo proprio bisogno di una mano…”

Ma noi veramente nonno eravamo venuti per un’altra cosa” dissero i gemelli.

Ahh, adesso ho capito” fece Giuseppe con un’aria seria “Voi siete qui per spaccare un po’ di legna con l’ascia, bravi!”

Maurizio e Giacomo si guardarono interdetti ma non osarono replicare.

Venite con me! Ad uno darò l’ascia ed all’altro un po’ di ceppi da spaccare”.

I due seguirono il nonno fino ad un grande armadio, l’uomo aprì l’anta di destra e tirò fuori un vasetto di vetro contenente degli acini di uva bianca.

Ragazzi, questa è uva bianca con la grappa, questa fa resuscitare anche i morti”

poi fece l’occhiolino e prese tre cucchiaini.

Non più di due acini per ciascuno, altrimenti a casa non riuscirete a tornare, intanto sedetevi sugli sgabelli”.

I due ragazzini rimasero sorpresi dalla bontà di quell’uva, anche se al primo impatto gli veniva da tossire a causa della grappa a quaranta gradi, che il nonno produceva con la frutta del suo podere.

Nonno” disse Maurizio masticando “Noi siamo qui per sentire la storia del maiale Serafino”.

Serafino?” chiese Giuseppe con l’aria di chi non ricorda.

Si nonno” disse Giacomo “Serafino con l’orecchio a sventola”.

Ahh...quel Serafino! Ma certo, ora mi ricordo!” disse il nonno ridendo sotto i baffi.


Allora, dovete sapere che nel 1904 mio padre vendette una vacca, che noi chiamavamo “Befana”, e che mi aveva quasi fatto annegare nella Piave, ed al suo posto alla nostra fattoria arrivò un maiale molto grosso con un orecchio a sventola.

Fu proprio a causa di quell’orecchio a sventola, il sinistro, che lo chiamammo Serafino, come il nostro prete di allora, che anche lui aveva l’orecchio sinistro a sventola ed era bello grosso.

Serafino era nato “struscio”, cioè sottopeso, e perciò più piccolo degli altri maialini, e non pensavano che potesse sopravvivere, invece ad un certo punto sorprese tutti ed iniziò ad ingrassare, ma non abbastanza per essere utilizzato nel mese di dicembre per fare i salami. Così passò indenne l’inverno ed ingrassò ancora ed ancora, finché mio padre lo comprò e lo portò da noi.

Serafino si dimostrò subito un animale intelligente, non gli andava di stare dentro il casotto che mio padre gli aveva preparato ed a forza di forti grugniti riuscì a farsi liberare.

Vagava per tutto il podere, mangiando tutto ciò che trovava, per le pannocchie non fu un problema perché erano ormai alte, ma per le patate il problema ci fu eccome, tanto che dovemmo sbarrare l’accesso al campo.

Tutta la frutta a terra era sua, ed anche le numerose ghiande che le querce lasciavano cadere, e poi degli zuccotti che avevamo seminato apposta, ed anche il siero della latteria che portavamo a casa ogni sera, e pure l’erba si mangiava.

Noi fratelli approfittavamo di lui per giocare e spesso gli salivamo in groppa anche in due come fosse stato un cavallo, Serafino non faceva una piega e quando era stufo grugniva forte e noi scendevamo.

Anche quell’inverno Serafino se la cavò, sarebbe stato pronto, ma mio padre prese un lavoro molto impegnativo per la contessa Dalla Corte e non ebbe il tempo di dedicarsi ai salami.

Venne la Quaresima ed il prete del paese, don Serafino, iniziò a visitare le case per la consueta benedizione.

Don Serafino non era molto alto, avrà avuto una quarantina d’anni ed era parecchio grosso, tant’è che la gente diceva che prima arrivava la sua pancia e dopo mezz’ora arrivava lui.

Inoltre l’orecchio sinistro a sventola gli faceva stare gli occhiali di metallo tutti storti, ed i ragazzini ogni volta che appariva si mettevano a ridere, ma con ritegno.

Tra i due Serafini non correva buon sangue, infatti l’anno prima il nostro maiale che ancora non era arrivato da noi, aveva morso il prete ad una caviglia, dopo che il prelato lo aveva allontanato con una scarpata.


Eravamo tutti o quasi nella nostra aia, tranne mio padre che stava nel laboratorio, quando ad un certo punto da dietro l’angolo della nostra casa, vedemmo spuntare una grossa pancia nera: era la pancia di don Serafino, che la seguiva vestito di una tonaca nera,

un cappello dello stesso colore ed un aspersorio che gli sbucava da una tasca, dietro di lui c’era un ragazzo del paese che era in “odore” di seminario, con una cesta per le offerte tra le mani.

Il prete si fermò in mezzo all’aia e pronunciò le solite parole ad alta voce:

Sia lodato Gesù Cristo”. “Sempre sia lodato” rispondemmo tutti in coro.

A quel punto uscì anche mio padre, che salutò: “Buongiorno don Serafino”.

Buongiorno a lei” rispose il prete.

Il nostro maiale sentendo il suo nome uscì da un cespuglio, memore della scarpata presa guardò con occhio luciferino il suo omonimo e si precipitò verso il prelato grugnendo forte.

Don Serafino ebbe paura ed iniziò a gridare:”Fermatelo! Fermatelo!”

Ci buttammo addosso al nostro Serafino in quattro: chi lo teneva per le orecchie, chi lo teneva per le zampe, chi lo teneva per la coda, chi ci salì sopra.

Non ci fu niente da fare, Serafino era lanciato come un caterpillar, si liberò di noi ragazzi uno alla volta, quindi proseguì la sua corsa.

Mio padre era l’ultimo baluardo e fece il possibile: si mise ad aspettarlo a gambe e braccia larghe, ma Serafino si infilò sotto di lui e lo fece volare per aria.

Arrivato dal prete gli morse la tonaca ed iniziò a tirare, don Serafino tentò di opporre resistenza ma la lotta era impari, il Serafino animale iniziò a trascinare il Serafino umano verso il bosco. Mio padre si alzò e prese per un braccio il prelato: “Aiutatemi!” ci disse.

Andammo tutti a tirare ma il risultato non fu quello che ci aspettavamo: ad un certo punto

si sentì un forte “Craaaaaak”, la tonaca aveva ceduto di schianto e don Serafino si ritrovò con quasi tutta la parte sinistra del suo abito strappata via.

Purtroppo per lui non indossava i pantaloni ma dei lunghi mutandoni di lana, vi potete immaginare le risate di tutti noi fratelli e di mio padre, mia madre invece, che aveva visto tutto stando in disparte, si mise le mani nei capelli.

E adesso che faccio? Come posso andare a benedire le prossime case conciato così?

Me lo dite?” disse il prete.

Un momento, un momento” disse mia madre “Le cucio io la tonaca, non ci metterò molto, lei intanto benedica la nostra casa”.

Va bene, va bene, però tenetemi lontano quel porco di un maiale!” disse don Serafino indicandolo con il dito indice.


Il prete benedì la casa, mia madre cucì la tonaca, mio padre fece un’offerta generosa per riparare l’offesa e tutto riprese come prima, con il maiale Serafino protagonista dei nostri giochi”.

Ma nonno, Serafino come morì? Tuo papà fece i salami?”

No ragazzi, niente salami, un giorno non lo trovammo più, forse si era stufato di stare con noi e se ne era andato, io so che da quel giorno non lo vedemmo mai più”.

Arrivò Tullia: “Ragazzi vi ho fatto il the, andate in casa, forza”.


Rimasti soli la donna chiese al marito cosa aveva raccontato ai ragazzi, una volta saputo gli chiese se gli aveva raccontato proprio tutto.

Ma no Tullia, la parte riguardante don Serafino no, ci mancherebbe, sono ancora piccoli per certe storie. Una cosa però mi piacerebbe saperla”.

Cosa?”

Vorrei sapere che fine ha fatto la donna che allora ebbe il figlio dal prete, ed anche dov’è ora il figlio, che era nato con l’orecchio sinistro a sventola”.

Chi lo sa, Giuseppe, ma la peggio toccò a don Serafino, che una volta svergognato salì sul campanile e si buttò di sotto, con la gente che per giorni andò a vedere il cratere che la sua caduta aveva formato nel prato”.

Mio padre” disse GiuseppeDiceva sempre che non bisogna mai mettere la paglia vicino al fuoco, perché brucia… Hai preparato del the anche per me?”.



Marino D’Isèp © copyright Settembre 2023

Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale







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mercoledì 20 settembre 2023

Racconto: Bepìn, che rischiò di affogare

 

Racconto


                   Bepìn, che rischiò di affogare


Giuseppe era nato nel 1895, aveva visto passare la Grande Guerra, il Ventennio, la Seconda Guerra, la ricostruzione e poi il boom economico.

Ora, all’età di ottanta anni, si godeva i nipotini ultimi arrivati, due gemelli di nome Maurizio e Giacomo, e la compagnia della moglie Tullia.

Ai due gemelli prendeva sempre qualche regalo: un cappellino, un fucile col tappo di sughero, biscotti amaretti, cioccolatini, e perché no...un po’ di marsala all’uovo, giusto un dito. D’estate poi c’erano le fragole nell’orto, e poi le susine, in primavera le ciliegie ed in autunno l’uva americana dolce e succosa.

Un giorno che pioveva Giuseppe, che aveva in casa i due nipoti, iniziò a raccontare una storia.

Eravamo sette tra fratelli e sorelle, mio padre Giovanni faceva il falegname ed aveva il laboratorio di fianco alla stalla dove c’erano ben dieci vacche, mia madre Tullia invece aveva il suo bel da fare con sette figli e il lavoro da contadina.

Avevamo tanto terreno dove cresceva l’erba per le vacche, e poi un grande campo. Da mangiare ce n’era volendo, quello che mancava di più era la carne perciò i miei fratelli ed io mettevamo delle trappole per le lepri e reti per i fagiani. Abitando noi in una casa colonica vicino alla Piave qualcosa catturavamo, e poi anche il fiume ci dava una mano, con trote prese all’amo e banchi di piccoli pesci presi col retino. Insomma, quando cacciavamo o pescavamo ci divertivamo anche, ma la quotidianità era ben diversa.

Eravamo sette fratelli a scaletta, io ero in mezzo, e prima di me c’erano due sorelle ed un fratello che morì a trent’anni a Milano. Si chiamava Francesco, è per questo che ho chiamato il mio primogenito col suo nome, dopo di me altre due sorelle e poi l’ultimo maschio.

Fino ai nostri sei anni mio padre ci trattò come bambini, ma dal sesto anno in avanti iniziò a darci dei compiti da svolgere, mia madre pensava alle bambine, mio padre a noi maschi.

A sei anni si iniziava anche la scuola, prima e seconda elementare, non di più, ma prima di andare a scuola a piedi con gli zoccoli dovevamo mungere le vacche con mio padre, che poi avrebbe portato il latte in cantina, che era fresca, in attesa del latte della sera, e poi tutto quel mare bianco lo portavamo alla latteria col carretto tirato dal nostro cavallo, che noi avevamo battezzato col nome di Nerino. A scuola arrivavo che puzzavo di stalla, ma anche gli altri puzzavano e perciò nessuno di noi alunni ci faceva caso, non così la signora maestra, Assunta De Paoli si chiamava, che teneva sempre una finestra aperta, tranne d’inverno perché in classe c’era la stufa accesa. Finita la seconda elementare iniziai ad aiutare mio padre al laboratorio assieme a mio fratello Francesco: assi di legno, martello, chiodi, pialla, raspa, trapano a mano, sega e tanti altri erano i nostri attrezzi da lavoro quotidiani.

Una sera dopo cena sentii mio padre parlare con mia madre :”Tullia, tu non dire niente ai ragazzi, ma il più portato dei due per il lavoro da falegname è Bepìn, ha manualità, estro, occhio, e impara il mestiere stando attento a quello che faccio, Francesco è meno abile e sto pensando di fargli fare i lavori di campagna, del resto è anche più grande e robusto, farà bene”.

Da quel giorno venimmo separati, io continuai in laboratorio e mio fratello si unì alle sorelle nei lavori all’aperto.

Un’ estate però, quando avevo nove anni, Francesco si prese una bronchite e dovette stare fermo a letto per quasi un mese, a quel punto doveva essere sostituito perché avevamo le  vacche al pascolo in un appezzamento di terreno vicino al fiume, ed il prescelto fui io. Le vacche erano dieci, tutte docili tranne una, che mio fratello aveva chiamato “La Befana”, perché lo faceva sempre dannare col suo carattere ribelle. Stai attento alla “Befana”, mi disse Francesco, e se serve dalle una frustata secca, sennò quella va dove vuole e si tira dietro le altre. La mattina dopo aprii la stalla dopo la mungitura e feci uscire le dieci vacche per il pascolo, la “Befana” uscendo mi squadrò, allora le feci vedere il frustino bello alto, in modo da mettere in chiaro le cose.

Verso metà mattinata stava filando tutto liscio quando la “Befana” iniziò a trottare in cerchio, io memore delle indicazioni di mio fratello andai verso di lei col frustino, ma lei in un attimo mi travolse e puntò dritta verso la Piave, quindi entrò nell’acqua. Le altre vacche la seguirono una dopo l’altra, ed io seguivo la scena da terra. Mi misi ad urlare: Fermatevi! Fermatevi!” ma le bestie entrarono in acqua in fila indiana seguendo la capobranco.

Non sapevo cosa fare, ero responsabile delle vacche e se le avessi perse tutte nell’acqua del fiume mio padre mi avrebbe ammazzato. Mi rialzai dolorante e corsi dietro all’ultima vacca, la afferrai per la coda con tutte e due le mani e strinsi forte. Entrai nella Piave trascinato dalla bestia e subito mi mancò la terra sotto i piedi, a quell’epoca il fiume aveva una portata molto maggiore di quella di oggi, e la sua larghezza prendeva quasi tutto l’alveo. In testa alla colonna c’era la “Befana”, in coda, è proprio il caso di dirlo, c’ero io che fluttuavo nell’acqua increspata dalla corrente ed ogni tanto di acqua ne bevevo un po’. Non so quanto ci mettemmo ad attraversare, però arrivammo sani e salvi dall’altra parte, anche se un centinaio di metri più giù.

Ero stanco, dolorante e fradicio, e mi chiesi :”E adesso?”.

A mezzogiorno venne mia madre con la polenta per me, e non vedendomi sul pascolo si guardò attorno: eravamo spariti. Io vidi la sua veste nera in lontananza ed iniziai ad urlare, ma il rumore della corrente copriva le mie grida, così tagliai un ramo di salice col coltellino che avevo sempre in tasca e frustai di brutto la “Befana”, che muggì forte dal dolore. Mia madre sentì il muggito e mi vide, mettendosi le mani nei capelli, poi corse via.

 Arrivò mio padre, la Piave la conosceva bene e sapeva che più a valle c’era un guado con il livello dell’acqua alla vita.

Attraversò, venne da me e mi abbracciò forte, io gli raccontai tutto quello che era successo e poi lui legò le vacche una dietro l’altra con una corda che si era portato appresso. Mi caricò sulla prima bestia e guadammo la Piave senza problemi. Io avevo perso gli zoccoli e lo dissi a mio padre, che la sera stessa me ne fece un paio di nuovi, e la “Befana” due giorni dopo venne venduta ed al suo posto prendemmo un grosso maiale che io ed i miei fratelli chiamammo “Serafino”, perché aveva un orecchio a sventola e somigliava al prete del paese.

I due gemelli avrebbero voluto sentire dal nonno un’altra storia, ma ormai si era fatto tardi e furono invitati ad andare a casa, con la promessa che alla prossima visita avrebbero sentito le gesta del maiale “Serafino”, proprio quella volta che prima della Pasqua venne il prete a benedire la fattoria.

Marino D’Isèp © copyright Settembre 2023

Da un racconto vero


domenica 17 settembre 2023

Racconto: Generosità

 Racconto

Generosità
Avevo diciotto anni e c'era ancora la naja.
Il primo di ottobre del 1983 mi presentai obbligatoriamente alla caserma Salsa di Belluno, dove mi rasarono subito i capelli.
La sera tornai a casa in pullman, e continuai a passarmi le mani sulla testa, incredulo di avere i capelli cosí corti e ispidi.
I primi giorni di caserma mi riempirono di istruzioni sul regolamento militare, poi iniziarono ad inquadrarci insegnandoci ad obbedire agli ordini senza replicare.
Ero un ragazzo ordinato e rispettoso della gerarchia, tranne una sera nella quale feci una ciucca colossale e passai tutta la notte nei gabinetti a vomitare, col mio caporale istruttore che veniva a vedere se ero ancora vivo oppure morto.
La sera cercavo di andare a casa, e non avendo la patente il rientro era difficoltoso, perché dovevo chiedere un passaggio alle mie sorelle oppure dovevo fare l'autostop, sperando che qualcuno mi caricasse in tempo per rientrare per le undici di sera.
Una di quelle sere andai a trovare mia nonna Giacomina, classe 1899, e lí trovai uno dei suoi figli, che da Belluno era venuto a trovarla.
Mio zio Bruno, cosí si chiamava, si offrí di riportarmi in caserma.
Accettai il passaggio di buon grado.
Arrivati davanti alla caserma del Settimo Alpini mio zio si fermò alla pizzeria "Le Paris".
"Vieni Marino, che ci beviamo qualcosa".
Mio zio era un uomo simpatico e di compagnia, perciò lo seguii volentieri.
Lui prese un'ombra, io un'aranciata.
Quando fu il momento di pagare offrí lui, e poi tirò fuori una banconota da diecimila lire porgendomela.
"Tienila Marino, è per te".
Io rifiutai dicendogli che non c'era bisogno,
e che di soldi ne avevo.
Lui insistette, e nei suoi occhi vidi la pietà per un ragazzo che aveva perso il papà quattro mesi prima.
Capii il gesto ed accettai i soldi, poi rientrai in caserma.

Quasi trent'anni dopo seppi da mia madre che il fratello Bruno aveva un tumore alla spina dorsale e non aveva più speranze, cosí mi recai all'ospedale di Belluno.
Era in una stanza doppia, il letto di fianco al suo era vuoto e lui dormiva profondamente.
Mi sedetti su una sedia ed aspettai che si svegliasse perché volevo salutarlo per l'ultima volta, memore del gesto che aveva fatto nei miei confronti tanti anni prima.
Aspettai minuti e minuti, ma mio zio Bruno non si svegliò, forse era sotto sedativi.
Mi alzai dalla sedia, con la mia mano gli toccai la sua e gli dissi: "Ciao zio".
Quello fu il mio ultimo saluto da vivo ad un uomo generoso, ora, ogni volta che passo al cimitero di Limana a trovare mio padre, poi passo a trovare mio zio Bruno, perché quel suo gesto di tanti anni prima lo ricordo come fosse ora.
Grazie zio.
Marino D'Isèp © Settembre 2023

lunedì 4 settembre 2023

Poesia: "Quando arriva"

 Poesia

"Quando arriva"
Arrivò la mia follia
Senza chiedere permesso
si sedette su me stesso
come ali di farfalla
Accarezzandomi il viso
mi guardò con un sorriso
Lei di me sapeva tutto
non serviva dirle niente
entrò dentro la mia mente
Cattiva e buona allo stesso istante
mi permetteva di far tutto
tempo bello e tempo brutto
Correvo in accelerazione
non permetteva di frenare
neanche il tempo di pregare
Le ruote urlavano nelle curve
chi vedeva quella follia
era pronto a tirarsi via
Fin quando in fondo a un rettifilo
una gomma bum scoppiò
la follia fece un balzo ma il pilota si schiantò
Mi raccolsero a brandelli sparpagliato in mezzo a un prato
La follia noncurante proseguì il suo cammino
aveva appena visto...una mamma col suo bambino.
Marino D'Isèp © settembre 2023

domenica 3 settembre 2023

Racconto: "Villa De Magistris"

 Racconto

"Villa De Magistris"
Erano i primi di giugno del 1977, avevo 13 anni e mezzo ed avevo appena terminato la terza media, mentre mio padre era rientrato da poco a casa dopo 13 anni di emigrazione nei cantieri della Svizzera.
Valerio, così si chiamava mio padre, aveva un amico che faceva il barbiere nel centro del paese nel quale vivevamo, e che gli disse che presso la villa della contessa De Magistris cercavano un muratore per dei lavori di ammodernamento.
Mio padre conosceva il "Castaldo" della contessa e lo andò a trovare, abituato com'era a lavorare dieci o dodici ore al giorno in galleria non gli pareva vero di potersi tenere occupato ora che era in pensione.
In pratica si trattava di trasformare una piccola stalla in disuso in abitazione civile, per uno dei giovani figli della contessa.
Mio padre fece un sopralluogo assieme al "Castaldo", concordò tempi e stipendio e poi accettò il lavoro.
Non avendo macchinari di sorta aveva bisogno di un aiutante, un manovale, e chi meglio di uno dei suoi gemelli di tredici anni?
Ordinò tutti i materiali di cui avrebbe avuto bisogno, il nome della contessa fu una sufficiente garanzia ed ebbe tutto subito, poi preparò i suoi attrezzi da lavoro con cura, senza tralasciare nulla.
La sera prima di iniziare il lavoro chiamò il mio gemello e gli prospettò che dal giorno dopo, lunedì, sarebbe andato con lui ad aiutarlo presso la villa De Magistris, perché c'era del lavoro edile da fare.
Durante il lavoro Valerio ordinava cose e mio fratello eseguiva, dandogli una mano.
La domenica sera successiva mio padre mi convocò e mi disse che l'indomani sarei andato io ad aiutarlo alla villa, la mia risposta fu: "Si papà".
Il giorno dopo inforcai la bicicletta e seguii mio padre sul posto di lavoro, mentre lui mi precedeva lentamente con la sua moto.
Entrato dal cancello laterale della signorile tenuta rimasi meravigliato dalla bellezza della corte interna: l'erba era ben rasata e di un verde vivo, alcune fioriere multicolori abbellivano il giardino, ed una fontanella con un putto zampillava l'acqua verso l'alto.
"Il cantiere è di qua" disse mio padre, che non voleva che perdessimo tempo.
Nel dirigermi verso la piccola ex stalla il mio occhio venne attirato dalla cantina spalancata della villa, posta giusto di fianco ad essa: al suo interno vi erano botti e damigiane, nonché numerose bottiglie, ed in fondo una vecchia carrozza impolverata era la testimone dei fasti di un tempo.
Mio padre doveva fare una gettata di cemento per rifare la pavimentazione dell'antistalla, lo scavo lo aveva fatto la settimana prima ed aveva posizionato la rete di ferro.
La betoniera da cantiere non ce l'avevamo, perciò miscelammo la sabbia, il cemento e l'acqua a mano con la pala, a forza di braccia, gambe e schiena.
Nel giro di una quarantina di minuti preparammo la quantità che ci serviva, e non avendo guanti mi vennero istantaneamente le vesciche alle mani, che si ruppero subito causandomi dolore.
A mio padre il manico della pala fece il solletico, aveva la pelle delle mani abituata e dura come il cuoio.
"Bene" mi disse "Adesso carichiamo il cemento nella carriola e lo scarichiamo nello scavo, il primo viaggio lo farò io, poi li farai tu perché io dovrò lavorare il cemento in modo che non rimangano bolle d'aria".
La prima carriola colma riuscii a stento ad alzarla, la sentivo tutta nelle braccia e nella schiena, poi spinsi in avanti con le gambe e riuscii a muovere il carico fino a destinazione, e così feci per altre tre volte.
Mio padre intanto era in ginocchio e tirava il cemento con un'asta di alluminio. "Così va bene, abbiamo riempito tutto, tra qualche giorno finiremo il pavimento per quel che ci compete".
A mezzogiorno andammo a casa a mangiare, mia madre non era una gran cuoca, ma quel giorno dalla fame mi sarei mangiato anche il tavolo della cucina.
Dopo un'ora riprendemmo il lavoro e mio padre fu convocato dalla contessa, andai con lui e facemmo qualche minuto di anticamera nel salone principale: il pavimento era alla veneziana, alle pareti campeggiavano due grandi dipinti con scene di caccia ed il lampadario era in ferro battuto costellato di piccole lampadine.
La nobildonna si presentò vestita di un abito femminile grigio e le calze scure, aveva i capelli chiari e raccolti ed al collo portava una vistosa collana di perle bianche.
Fece offrire un bicchiere di vino dalla cameriera a mio padre, facendolo stare in piedi, e poi parlarono dei lavori da eseguire, io non fui guardato neanche di striscio.
Alle cinque del pomeriggio staccammo dal lavoro e mio padre mi disse che ci saremmo fermati al bar, posto a metà strada tra villa De Magistris e casa nostra.
Appoggiai la bicicletta al muro esterno ed entrai, mio padre era già dentro e parlava con la barista, che anch'io conoscevo bene.
"Cosa bevi?" mi chiese mio padre. "Un 'aranciata" risposi io che avevo una gran sete.
Non appena ebbi il bicchiere colmo davanti lo afferrai, e bevvi tutto d'un fiato il suo contenuto.
Mio padre si accorse del gesto, diventò serio e mi disse "Avrei dovuto pensarci che avevi sete, prendi ancora un bicchiere di aranciata, domani porteremo con noi una bottiglia d'acqua".
Usciti dal bar mio padre disse che ero andato bene al lavoro e perciò aveva deciso di pagarmi: 100 lire ogni ora di lavoro, cioè 800 lire al giorno.
Feci un po' di conti: un gelato confezionato sullo stecco sufficientemente buono costava 200 lire, perciò con la paga giornaliera ne avrei potuti prendere 4. La mia paga quindi era di 4 gelati al giorno.
Lavorammo in quella villa per due mesi filati, sempre io e mio padre. Finimmo di riattare la piccola stalla, ci dedicammo poi ad alcuni piccoli lavori all'interno della dimora padronale ed infine salimmo sui tetti delle stalle grandi, che ogni volta che pioveva lasciavano filtrare l'acqua.
Quella per me fu la prima esperienza lavorativa, ed in quei due mesi, nei quali non potei andare a fare il bagno giornalmente nella Piave con gli amici, vidi all'opera mio padre e capii quant'era bravo ed esperto nel suo lavoro, ed io avevo fatto i calli sulle mani.
Quarantacinque anni dopo, con un gruppo in visita guidata, riuscii a rientrare nella corte di villa De Magistris, ed anche nel salone principale, ma a me interessava vedere la piccola stalla riattata, perciò mi staccai dal gruppo e mi diressi verso di essa.
Aprii la porta, l'interno era poco illuminato e dovetti aspettare che i miei occhi si abituassero, poi un poco alla volta rividi i lavori fatti da mio padre: i pavimenti, le pareti rivestite di perline, il caminetto, il bagno piastrellato e con i sanitari, i soffitti intonacati...
Ad un certo punto la guida mi vide "Hei! Lei! Cosa fa laggiù? La visita è per di qua!".
"Arrivo!" risposi io.
Uscii e socchiusi la porta, ma nel chiudere l'uscio mi sembrò di notare qualcosa all'interno, allora aprii nuovamente ed i miei occhi videro una figura che, inginocchiata, sistemava una gettata di cemento con un'asta di alluminio: era un uomo, che nella penombra mi guardò e mi disse "Marino, guarda che se hai sete stavolta la bottiglia d'acqua l'ho portata".
Chiusi subito e l'emozione dal cuore mi salì in gola, ero incapace di muovermi e faticavo a respirare, i miei occhi iniziarono a lacrimare e riuscii a stento a rassicurare con una mano la guida che mi esortava a proseguire.
Il gruppo dei visitatori andò sul retro della villa, io me ne andai, non me la sentii di continuare.
Poco fuori del cancello salii in macchina e mi asciugai gli occhi, in quel momento vidi il datario sul cruscotto e rimasi di sale: 30 maggio 2023, proprio quel giorno, quarant'anni prima, era mancato mio padre.
Marino D'Isèp © copyright settembre 2023

sabato 2 settembre 2023

Racconto breve: Paolino ed Olga

 Racconto breve

Paolino ed Olga

Era già chiaro quando erano fidanzati chi era a portare i pantaloni dei due
Da fidanzati andavano di sera in centro paese in auto e poco dopo lei rientrava guidando sola, lui rientrava a piedi, saliva sulla sua auto e se ne andava. Il giorno dopo lui si ripresentava con un mazzo di fiori anche se ad avere torto era lei.
Paolino era un giovane di buon carattere e servizievole, Olga era una ragazza prepotente che voleva piegare gli altri al suo volere.
Si sposarono ed andarono ad abitare al primo piano di una villetta, sotto c'era la madre di lei, che non perdeva occasione di approfittare del genero per fargli fare i lavori da uomo, essendo divorziata.
Olga era sempre protesa verso i propri edonistici interessi personali, non aveva amiche e se una donna si avvicinava a lei non perdeva occasione per sfruttarla. Una volta raggiunto l'obiettivo la allontanava e la lasciava per sempre al suo destino.
Paolino era di tutt'altra pasta, svolgeva servizi di volontariato al suo paese di origine, curava la salute dei suoi genitori, aiutava il padre nel suo personale laboratorio di falegnameria, ed essendo meccanico di professione i vicini di casa lo chiamavano quando la loro auto aveva un guasto, e Paolino non diceva mai di no.
La convivenza trai due andava avanti tra richieste, anche impossibili, di Olga, che lui accontentava sempre, e prepotenze che lei utilizzava per tenere il marito in posizione subalterna.
Lui accettava tutto, perché della moglie era innamorato.
Venne il momento che la madre di lei, invecchiando, ebbe bisogno di assistenza, e Paolino non fece mai mancare il suo aiuto alla suocera.
Anche entrambi i genitori di lui, ad un certo punto, furono colpiti da malattie invalidanti, ed il figlio durante il fine settimana li andava a trovare ed aiutare, nonostante il divieto della moglie, che voleva il marito tutto per sé.
Questo perdurare di cose finì per creare il primo vero attrito tra i due coniugi: Paolino per la prima volta in tanti anni di matrimonio rispose per le rime alla moglie.
Per tutta risposta Olga gli disse con prepotenza, essendo lei la proprietaria dell'abitazione dove vivevano : "Se vuoi puoi tornare a casa tua anche subito!"
Paolino incassò il colpo, e nonostante tutti i lavori manuali e da uomo svolti in quella casa, abbassò lo sguardo e non disse una parola, accettando l'ingiusta prepotenza subita.
Paolino ed Olga invecchiarono insieme, il primo ad andarsene fu lui: la chiesa, seppur capiente, non riuscì a contenere le tantissime persone accorse per dare l'ultimo saluto a quell'uomo che, per la sua indole,
si era fatto apprezzare nel corso della sua vita.
Poi se ne andò lei: in chiesa si presentarono il prete, una suora, il titolare delle pompe funebri, ed i suoi quattro portantini.
anonimo 762
Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale

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